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Gautama crebbe in un
lusso principesco, riparato dal mondo esterno, intrattenuto da
ballerine ed educato da brahmini; inoltre, era esperto nel tiro con
l’arco, nell’arte della spada, nella lotta, nel nuoto e nella corsa.
Quando diventò maggiorenne, sposò Gopa, che partorì un figlio. Come
diremmo oggi, aveva tutto.
Ciononostante, non era abbastanza.
Qualcosa – qualcosa di persistente come la sua ombra – lo condusse nel
mondo, oltre le mura del castello. Là, nelle strade di Kapilavastu,
incontrò tre semplici cose: un malato, un anziano e un cadavere che
veniva portato al forno crematorio. Niente, nella sua vita di agi, lo
aveva preparato a questa esperienza. E quando il suo auriga gli disse
che tutti gli esseri sono soggetti alla malattia, alla vecchiaia e
alla morte, non seppe darsi pace. Tornando al Palazzo, si imbatté in
un asceta itinerante che camminava tranquillamente lungo la strada,
indossando la tunica e portando niente altro che la ciotola dei sadhu;
allora decise di lasciare il Palazzo per cercare la risposta al
problema della sofferenza. Disse silenziosamente addio alla moglie e
al figlio, senza nemmeno svegliarli, e cavalcò fino al limite della
foresta. Qui si tagliò i lunghi capelli con la spada e scambiò le sue
lussuose vesti con le semplici tuniche di un asceta.
Con tali azioni, Siddharta Gautama si
unì a un’intera classe di uomini che avevano lasciato la società
indiana per trovare la liberazione. Esisteva una grande varietà di
metodi e insegnanti, e Siddharta condusse la sua ricerca presso molti
di questi ultimi: atei, materialisti, idealisti e dialettici. Tanto la
fitta foresta quanto l’affollato mercato risuonavano di migliaia di
voci che discutevano opinioni e argomenti diversi, e in ciò quell’epoca
non era diversa dalla nostra.
Alla fine, Gautama si impegnò a lavorare
con due insegnanti. Da Arada Kalama, che aveva trecento discepoli,
imparò come disciplinare la mente per accedere alla sfera del nulla;
ma, anche se Arada Kalama gli chiese di fermarsi a insegnare come suo
pari, Gautama riconobbe che questa non era la liberazione e se ne
andò. In seguito, Siddharta imparò da Udraka Ramaputra ad accedere a
quella concentrazione mentale che non è né coscienza né incoscienza.
Ma nemmeno questo rappresentava la liberazione, per cui Siddharta
abbandonò il suo secondo insegnante.

Per sei anni Siddharta, insieme a
cinque compagni, praticò l’austerità e la concentrazione. Senza alcuna
pietà per se stesso, mangiava un solo chicco di riso al giorno,
contrapponendo la mente al corpo. Le costole spuntavano dalla pelle
denutrita ed egli sembrava più morto che vivo. I suoi cinque compagni
lo lasciarono quando decise di mangiare cibo più nutriente e di
abbandonare l’ascetismo. A quel punto, Siddharta entrò in un villaggio
alla ricerca di cibo. Una donna di nome Sujata gli offrì una tazza di
latte e un vaso di miele. Dopo aver riacquistato la forza, Siddharta
si lavò nel fiume Nairanjana, quindi si mosse verso l’albero della
Bodhi. Srotolò un tappetino di erba kusha e si sedette a gambe
incrociate.
Aveva ascoltato tutti gli insegnanti,
studiato tutti i testi sacri e provato ogni tecnica; adesso non c’era
più nulla su cui fare affidamento, nessuno cui rivolgersi e nessun
luogo dove andare. Si sedette immobile, stabile e determinato come una
montagna, finché, dopo sei giorni, il suo occhio si aprì sulla stella
del mattino che stava sorgendo; allora, si dice, realizzò che quello
che aveva cercato non era mai andato perduto, né da lui né da nessun
altro. Quindi non c’era nulla da raggiungere, né c’era più bisogno di
lottare per raggiungerlo.
“Meraviglia delle meraviglie”, si dice
che abbia detto; “questa stessa illuminazione è la natura di tutti gli
esseri, ciononostante essi sono infelici per la sua mancanza”. Fu così
che Siddharta Gautama si risvegliò all’età di trentacinque anni e
divenne il Buddha, il Risvegliato, conosciuto come Shakyamuni, “il
sapiente degli Shakya”.
Per sette settimane si godette la
libertà e la serenità della liberazione. All’inizio non aveva
intenzione di parlare della sua realizzazione, perché sentiva che per
la maggior parte della gente sarebbe stato troppo difficile da capire.
Ma quando Brahma, il signore dei tremila mondi, chiese (secondo la
leggenda) che il Risvegliato insegnasse, perché c’erano alcune persone
“i cui occhi erano solo leggermente velati”, il Buddha acconsentì.
Poiché entrambi i precedenti insegnanti
di Shakyamuni, Udraka e Arada Kalama, erano morti pochi giorni prima,
egli si mise alla ricerca dei cinque asceti che lo avevano
abbandonato. Quando lo videro avvicinarsi, nel parco dei cervi di
Benares, decisero di ignorarlo perché aveva rotto i voti. Tuttavia,
nella sua presenza trovarono qualcosa di così radioso che si alzarono,
prepararono un posto a sedere, gli lavarono i piedi e ascoltarono il
Buddha girare la ruota del dharma, cioè impartire gli insegnamenti,
per la prima volta.

La Prima Nobile
Verità del Buddha affermava che tutta la vita, tutta l’esistenza, è
caratterizzata dalla duhkha, un termine sanscrito che indica la
sofferenza, il dolore e l’insoddisfazione. Anche i momenti di felicità
si tramutano in dolore quando ci aggrappiamo a essi. Oppure, una volta
entrati nella memoria, distorcono il presente in quanto la mente tenta
inevitabilmente e disperatamente di ricreare il passato.
L’insegnamento del Buddha si basa sull’intuizione diretta della natura
dell’esistenza ed è una critica radicale alle illusioni e alle fughe,
che si chiamino utopismo politico, terapia psicologica, semplice
edonismo o (ed è questo che distingue il Buddismo dalla maggior parte
delle religioni mondiali) salvezza nel misticismo teista. Duhkha è
Nobile, ed è vera. È un fondamento, una pietra miliare, da comprendere
a fondo, non da evitare o da spiegare. L’esperienza della duhkha, del
funzionamento della propria mente, conduce alla Seconda Nobile Verità,
l’origine del dolore, tradizionalmente descritta come la brama, la
sete del piacere, ma anche – più profondamente – come l’attaccamento
all’esistenza, così come alla non-esistenza. L’esame della natura di
tale desiderio conduce al cuore della Seconda Nobile Verità, l’idea
del “sé” o “io”, con tutti i suoi desideri, speranze o paure. È solo
quando questo sé viene compreso e percepito come privo di sostanza,
che la Terza Nobile Verità, la cessazione del dolore, viene
realizzata.
I cinque asceti che ascoltarono il primo
discorso del Buddha nel parco dei cervi divennero il nucleo di una
comunità – una sangha – di uomini (le donne sarebbero entrate più
tardi) che seguivano la via descritta dal Buddha nella sua Quarta
Nobile Verità: il Nobile Ottuplice Sentiero. Questi bhikshu, o monaci,
vivevano semplicemente e non possedendo altro che una ciotola, una
tunica, un ago, un colino per l’acqua e un rasoio (infatti, si
radevano la testa per significare che avevano abbandonato la casa).
Viaggiavano nell’India nord-orientale, praticando la meditazione da
soli o in piccoli gruppi e mendicando il cibo.
Ma l’insegnamento del Buddha non era
soltanto per la comunità monastica. Shakyamuni li aveva istruiti
affinché lo portassero a tutti: “Andate, o monaci, per il beneficio e
la prosperità dei molti; andate in compassione per il mondo, per il
beneficio, la prosperità e il benessere degli dei e degli uomini”.
Nei successivi quarantanove anni,
Shakyamuni attraversò i villaggi e le città dell’India parlando in
dialetto e usando modi di dire che ognuno poteva intendere. Insegnò a
un contadino a praticare la consapevolezza mentre estraeva l’acqua dal
pozzo, e quando una madre sconvolta gli chiese di guarire il figlio
morto che teneva in braccio, egli non operò un miracolo, ma le disse
di portargli un seme di senape da una casa in cui non fosse mai morto
nessuno. Ella ritornò dalla ricerca senza il seme, ma con la
comprensione dell’universalità della morte.
Man mano che la fama del Buddha si
diffondeva, re e altri ricchi benefattori donarono parchi e giardini
per costruirvi dei ritiri. Il Buddha li accettò, ma continuò a vivere
come aveva fatto dall’età di ventinove anni: alla maniera di un sadhu
itinerante, mendicando il cibo e passando i suoi giorni a meditare.
Solo che adesso c’era una differenza. Quasi ogni giorno, dopo il pasto
del mezzodì, il Buddha insegnava. Nessuno di questi discorsi, o delle
domande e risposte che seguivano, venne trascritto durante la vita del
Buddha.

Il Buddha morì nella
città di Kushinagara, all’età di ottanta anni, dopo aver mangiato un
piatto di maiale o di funghi. Alcuni dei monaci riunitisi erano
afflitti, ma il Buddha, sdraiato su un lato, con la testa appoggiata
sopra la mano destra, ricordò loro che ogni cosa è impermanente e li
consigliò di prendere rifugio in se stessi e nel dharma
(l’insegnamento). Chiese un’ultima volta se c’erano domande: non ce
n’era alcuna. Allora pronunciò le parole finali: “Ora, bhikshu, mi
rivolgo a voi: tutte le cose composte sono soggette a deperimento;
fate ogni sforzo con assiduità”.
La prima stagione delle piogge dopo il
parinirvana del Buddha, si dice che cinquemila discepoli anziani si
riunirono in una caverna vicino Rajagriha, dove tennero il Primo
Concilio. Ananda, che era stato il guardiano del Buddha, ripeté tutti
i discorsi, o sutra, che aveva udito; Upali recitò le
duecentocinquanta regole monastiche, mentre Mahakashyapa recitò l’Abhidharma,
il compendio della psicologia e della metafisica buddhista. Queste tre
raccolte, che vennero scritte su foglie di palma qualche secolo dopo e
conosciute come Tripitaka (letteralmente: “Tre cesti”), divennero la
base di tutte le versioni seguenti del canone buddista.
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