La
Prima Nobile Verità:
"C'è la
sofferenza"
La Prima Nobile Verità
enunciata dal Buddismo, come si vede, a differenza di ciò che accade
nei miti e nelle religioni, non è un dogma, né un racconto
mitologico, né qualche leggenda più o meno favolistica, e tantomeno una
misteriosa rivelazione.
Niente di tutto questo.
La Prima Nobile Verità
si occupa di qualcosa che ogni essere vivente può facilmente
verificare per esperienza: la sofferenza "c'è".
Il Buddismo non si occupa
del Cielo, o di luoghi immaginari e metafisici, come le religioni comuni,
ma parte da TE, dalla tua esperienza. Il Buddismo non offre spiegazioni
preconfezionate: invita semmai ad effettuare una ricerca personale su
esperienze e sensazioni che sono alla portata di
tutti.
E' opportuno tenere
presente che nella lingua utilizzata dal canone buddista, ovvero la lingua
Pali, di derivazione Sanscrita, la sofferenza è chiamata DUKKHA, che non
significa semplicemente "dolore" quanto piuttosto situazione incongrua,
insoddisfacente, incompleta.
Il termine DUKKHA deriva
da due parole: DUH e KHA.
DUH è un prefisso
negativo e KHA significa vuoto. Dunque DUKKHA sottintende qualcosa di
inconsistente, insoddisfacente, illusorio.
Il termine italiano
"sofferenza" è letteralmente molto più restrittivo di DUKKHA, quindi
dobbiamo utilizzarlo, in riferimento alle 4 Nobili Verità, in senso
esteso.
Scopriremo dunque che
perfino gli stati considerati di piacere sono DUKKHA, perché hanno sempre
in sé, quantomeno, qualcosa di non completamente appagante, di non
completa realizzazione, di illusorio, di senso di perdita o altro.
Non stiamo dicendo che la
condizione umana sia insopportabile oppure inevitabilmente triste e
dolorosa. A volte il buddismo è erroneamente considerato "pessimista"
perchè si scambia la comprensione di DUKKHA per una mera e rassegnata
accettazione della sofferenza.
Non è così, il DHAMMA
(l'insegnamento buddista) ci conduce alla cessazione della sofferenza, non
alla rassegnazione, ma prima dobbiamo compenetrare nel loro vero
significato le quattro Nobili Verità, la prima delle quali consiste
appunto nell'imparare a vedere,
a sentire, a capire DUKKHA.
DUKKHA è ovunque.
La sofferenza, in qualche
forma, è ovunque, sia nell'uomo che in tutti gli esseri viventi, e in un
certo senso anche nelle cose, negli oggetti, nel mondo, nell'universo.
Tutto si può rovinare, consumare, logorare. Tutto è soggetto a
mancanza-eccesso, a perdita, a morte.
Si badi bene: "c'è la
sofferenza" non è una minaccia, non è una condanna, non è una sconfitta,
non è una considerazione negativa, piuttosto, è come se si dicesse: "la
realtà è esattamente così com'è", perché la vita è intimamente connaturata con DUKKHA.
Non si sta nemmeno dicendo che la
sofferenza è "cattiva" o che è una cosa "negativa", il buddismo non
si occupa di attribuire valori o giudizi, semplicemente si sta
sostenendo (del tutto serenamente!) che "c'è qualcosa che accade in ogni manifestazione
di vita", e questo qualcosa che accade incessantemente non può essere
espresso meglio di come la semplice frase "c'è la sofferenza",
ovvero "c'è DUKKHA", può aiutarci
a definire.
Si tenga conto che "c'è
la sofferenza" è un punto di partenza, non di arrivo, e non necessita di
una particolare illuminazione per essere compresa, sebbene anche le menti
più illuminate possono continuare a trarre enormi benefici sulla costante
meditazione sulle quattro nobili verità.
Si noti anche che "c'è la
sofferenza" non pretende di descrivere o definire la realtà! Non si
sta dicendo che tutta la realtà è fatta di sofferenza, ma che la sofferenza "c'è", che è
cosa ben diversa.
"C'è la sofferenza" può
produrre un risultato concreto sul piano della nostra comprensione perché
la sofferenza non siamo "noi", e tantomeno essa è "dentro di noi" (sebbene
possa ANCHE esserci) ma semplicemente la sofferenza "c'è".
DUKKHA non è dunque una
rappresentazione tragica della realtà, al contrario, si tratta di una
comprensione oggettiva, descrittiva ed impersonale. E' una "presa d'atto"
di qualcosa che accade.
Molte persone combattono
la sofferenza cercando illusoriamente di evitarla o di compensarla. Un po'
come succede nei finali delle fiabe: "E vissero felici e contenti". Che equivale a dire "la
sofferenza non c'è", o almeno che non ci sarà per moltissimo tempo.
Ma così si
impedisce la comprensione di DUKKHA, e quindi anche la sua cessazione,
preferendo il rimanere
nell'illusoria ignoranza.
Alcune filosofie e
religioni riconoscono nella sofferenza una imprescindibile condizione
dell'umanità, tuttavia non
ci si "arrende" all'evidenza di DUKKHA, e si cerca di volerla
esorcizzare.
Al massimo si compensa:
"c'è la sofferenza, ma..."
E' proprio quel MA che
impedisce il cammino verso l'illuminazione, in cambio di mere consolazioni
illusorie e fuorvianti.
"C'è la sofferenza,
ma..."
"...un giorno saremo
consolati"
"...se sappiamo sopportare saremo premiati"
"...prima o poi la sofferenza finirà"
"...dobbiamo avere fiducia e speranza"
e via di questo passo, di negazione in negazione, di illusione in
illusione, fino ai casi estremi in cui la sofferenza è vista addirittura
come "purificatrice".
Tutto questo significa NEGARE DUKKHA,
impedire la comprensione, non vedere DUKKHA per quello che è.
Fare nostra la prima
Nobile Verità del
"c'è la sofferenza" ci libera dunque anche dalle nostre negazioni mentali,
dai nostri istinti compensatori, dalle nostre fughe illusorie, dalla paura della realtà,
e dalla paura di ciò che non si vuole comprendere.
Ecco allora che "c'è la sofferenza" ci appare
addirittura come un grido liberatorio, un
"rimanere tranquillamente qui" senza scappare e senza
nascondersi.
DUKKHA diviene nostra
maestra: ci aiuta a capire la condizione umana e universale, ci fa vedere
la realtà delle cose, l'essenza di tutti i fenomeni.
Chi giunge a questa
esperienza, è incamminato verso la cessazione della sofferenza.
La
Seconda Nobile Verità:
"C'è l'origine della
sofferenza"
La parola
"origine" ci fa venire in mente una vastità di speculazioni
filosofiche, mitologiche e religiose.
Ogni religione "che si
rispetti" ha il suo bravo mito primordiale che si propone di spiegare,
generalmente con una storiella, l'origine del mondo, delle stelle, del
sole e della luna, dell'umanità, a volte perfino dei monti, laghi, mari,
piante, fiori, ecc.
In questa seconda Nobile
Verità il DHAMMA ci sorprende ancora per la disincantata noncuranza con
cui evita qualsiasi pretesa di spiegare l'origine di Terra e Cieli, di
uomini e animali, di fenomeni e misteri, per giungere piuttosto a scavare
DENTRO DI NOI alla ricerca delle origini di DUKKHA.
Ciò che interessa, nel
buddismo, è l'interiorità: il mondo esterno ci riguarda, tutto sommato,
solo nella misura in cui esso si riflette dentro di noi. Non è
disinteresse: è consapevolezza dei propri limiti percettivi.
Se la sofferenza è spesso
considerata, dalle leggende religiose e profane, una "punizione" del fato o di un dio, la sua origine è
conseguentemente attribuita ad una qualche "colpa" primordiale.
Vedi ad esempio la
biblica interpretazione della sofferenza umana come risultato della
cacciata dall'Eden, a sua volta provocata dalla colpevole intenzione di
avere desideri proibiti, o anche il mito di Prometeo e di come egli abbia
sfidato gli dei con la scoperta del fuoco, ricevendo una sofferta
punizione, e così via.
Nel buddismo non si
parla mai in termini di colpe e di punizioni, semmai si parla
semplicemente di cause e di effetti.
Se DUKKHA è dunque, come
tutte le cose, l' effetto di una causa, qual'è mai questa causa?
La seconda Nobile Verità
ci avverte che la causa di tutte le esperienze di sofferenza è l'avidità. L'attaccamento al
desiderio, e non il desiderio in sé stesso, è la causa primaria di
ogni sofferenza.
Perché questo
attaccamento ai desideri? Perchè rappresentano la più comoda illusione di sconfiggere DUKKHA. Ciò è un paradosso,
perché alimentando i desideri non solo non si elimina la sofferenza, ma si
pongono le basi per rafforzarla.
Nel racconto greco del
Vaso di Pandora leggiamo che oltre ai mali che affliggono l'umanità, dal
mitico vaso uscì anche la Speranza, affinché gli uomini si potessero
quantomeno ILLUDERE evitando così un suicidio di massa!
Ma se l'origine di DUKKHA
è l'attaccamento al desiderio, sarà rinunciando ad esso che potremo farla
cessare, senza l'inutile illusione basata su generiche speranze.
Va detto che come DUKKHA
non è facilmente traducibile, anche il concetto di "desiderio"
inteso come ORIGINE di DUKKHA è
molto più esteso nella lingua Pali che in
italiano.
Nei testi buddisti del
canone in lingua Pali, ciò
che solitamente si traduce con "desiderio" corrisponde a TANHA. Ma la
miglior traduzione è "avidità", perché TANHA sottintende sempre
una valenza egoistica, mentre un desiderio potrebbe anche essere del tutto
nobile, come ad esempio il desiderio di incamminarsi sul sentiero
dell'illuminazione (a patto di non farne un obiettivo da perseguire con
bramosia, cosa paradossalmente possibile!)
Molte persone pensano
erroneamente che la via buddista sia una via rinunciataria, al contrario non v'è
nulla di più ambizioso che illuminare la propria mente per vedere e vivere
la realtà così come essa è, senza illusioni e senza cieca ignoranza.
Tale
equivoco è però alimentato dalle inadeguate traduzioni della parola TANHA.
L'avidità da cui ci si
deve liberare sottintende una profonda paura dell'uomo circa la sua
condizione esistenziale.
Essa è un istintivo attaccamento a tutto, nella illusione che tale istinto compulsivo
possa aiutarci ad essere più attaccati alla vita stessa.
E' come la disperata
lotta di chi sta affogando: l'illusione di potersi afferrare all'acqua in
realtà peggiora la situazione con un drammatico quanto inutile dimenarsi.
E' una avidità di vivere che però porta alla morte.
Il "lasciarsi andare"
nell'acqua per poter galleggiare, illustra efficacemente il tipo di
atteggiamento di cui abbiamo bisogno per liberarci da TANHA.
La
Terza Nobile Verità:
"C'è la cessazione della
sofferenza"
Arriviamo così alla terza
Nobile Verità: la sofferenza può CESSARE. L'onnipresente DUKKHA si puo'
sconfiggere, a patto di riuscire a rinunciare a TAHNA, ovvero al nostro
istinto a rimanere attaccati ai nostri desideri.
Questo passo può sembrare
difficile, e dal punto di vista della mentalità comune lo è certamente.
Ma tale difficoltà non ha
nulla a che fare con sforzi mentali, impegni volontari, esercitazioni del
pensiero. Al contrario, si tratta di LASCIAR ANDARE.
Il punto è: COSA lasciar
andare, e COME? Le parole sono particolarmente inadeguate quando ci
addentriamo in questa terza Nobile Verità, perché si tratta di realizzare
un'ESPERIENZA che ci porta a vedere "improvvisamente" tutte le cose in
modo DIVERSO.
La cessazione della
sofferenza è un RISVEGLIO, una RINASCITA, una ILLUMINAZIONE.... finalmente
ci accorgiamo che tutto è IMPERMANENTE e che non ha senso correre o stare
fermi, capire o non capire, definire o rimanere nel mistero.
Non siamo più schiavi del
desiderio perché ci liberiamo DALLA SUA LOGICA di continua ricerca di
nuove sazietà, che sembrano rincorrere una infinita serie di apparenze
vuote.
La cessazione della
sofferenza ci rende immutabili anche di fronte all'esperienza della morte:
se non c'e' attaccamento, non c'e' sofferenza. Se si muore, CHI è che
muore? CHI è che nasce? CHI è che vive? Non fa differenza: le cose
accadono perché mosse dalla Legge Causa-Effetto. Tutto è impermanente e
tutto muta. Tutto si modifica e tutto si ripresenta.
Quando si realizza la
terza Nobile Verità si può avere la sensazione che il sentiero del Buddha
ci consenta di raggiungere un potere straordinario e inatteso: chi si
aspetterebbe che il buddismo,
oltre ai corsi di meditazione, oltre alla recitazione dei mantra, oltre
a quelle che molti ritengono delle semplici tecniche di autocontrollo
psicofisico, potesse realizzare una INESPRIMIBILE condizione di totale
LIBERTA' dalle angosce umane e dai bisogni illusori?
Eppure il "segreto" di
questa trasformazione in grado di ridefinire il nostro modo di vedere e di
sentire è tutto racchiuso nella semplice formula: "C'è la cessazione della
sofferenza".
Più dettagliatamente, per
realizzare il corretto atteggiamento mentale in grado di condurci sul
sentiero dell'illuminazione, abbiamo bisogno della quarta ed ultima Nobile
Verità. "C'è la via che porta
alla cessazione della sofferenza", ovvero l'ottuplice sentiero.
La
Quarta Nobile Verità:
"C'è la via che porta
alla cessazione della sofferenza"
Qual'è la Nobile
Verità del Sentiero che conduce alla cessazione di DUKKHA?
E' il
Nobile Ottuplice
Sentiero