Majjhima Nikaya
Traduzione in italiano di De
Lorenzo, da Enrico Federici.
Esclusivamente per distribuzione gratuita.
Capitoli:
Mulapariyâya Sutta
La sequenza radice
Questo ho sentito. Una volta il Sublime soggiornava
presso Ukkatthâ, nel parco, al piede d'un albero magnifico. Là il Sublime
si rivolse ai bhikkhu:
"Monaci!" - "Illustre!" replicarono i monaci. Il
Sublime parlò così:
"Voglio mostrarvi, monaci, il principio di tutte le
cose: ascoltate e fate bene attenzione."
"Sì, Signore!" risposero attenti i monaci. Il Sublime
disse:
"Ecco, monaci, c'è uno che niente ha conosciuto, un
uomo comune, senza comprensione per ciò che è santo, estraneo alla santa
dottrina, inaccessibile ad essa; senza comprensione per ciò che è nobile,
estraneo alla dottrina dei nobili, inaccessibile ad essa. Egli prende la
terra come terra, pensa alla terra, pensa sulla terra, pensa 'Mia è la
terra' e si rallegra di ciò: e perché? Perché egli non la conosce, dico
io.
Lo stesso gli accade dell'acqua, del fuoco, dell'aria,
della natura, degli dei, del Signore della generazione, di Brahmâ, dei
Lucenti, dei Raggianti, dei Possenti, dell'Ultrapossente, dell'illimitata
sfera dello spazio, dell' illimitata sfera della coscienza, della sfera
della non esistenza, del limite di possibile percezione, del sentito come
sentito, del pensato come pensato, del conosciuto come conosciuto,
dell'unità come unità, dellamolteplicità come molteplicità, del tutto come
tutto, dell'estinzione come estinzione.
Ma chi, monaci, come asceta che lotta, che con coraggio
cerca di conseguire l'incomparabile sicurezza, anche a lui vale la terra
come terra, allora egli deve non pensare terra, non pensare alla terra,
non pensare sulla terra, non pensare 'Mia è la terra', non rallegrarsi
della terra: e perché? Perché impari a conoscerla, dico io. Acqua, fuoco,
aria, natura e dei, unicità e molteplicità, il tutto vale a lui come tutto
e allora egli deve non pensare il tutto, non pensare al tutto, non pensare
sul tutto, non pensare 'Mio è il tutto', non rallegrarsi del tutto: e
perché? Perché impari a conoscerlo, dico io. L'estinzione vale a lui come
estinzione, allora egli deve non pensare all'estinzione, non pensare
sull'estinzione, non pensare 'Mia è l' estinzione', non rallegrarsi
dell'estinzione: e perché? Perché impari a conoscerla, dico io.
Ma chi, monaci, come santo monaco, estinto, giunto alla
fine, avendo compiuta l'opera, essendosi scaricato del peso, avendo
raggiunto lo scopo, ha distrutto i vincoli dell'esistenza, s'è redento in
perfetta sapienza, anche a lui accade la stessa cosa nei confronti della
terra e di tutte le altre cose, e non pensa 'Mia è l'estinzione'. Perché?
Perché egli la conosce, dico, perché estinta la brama, è senza brama.
Perché estinta l'avversione, è senza avversione.
E non pensa nemmeno 'Mio è il tutto' perché egli,
estinto l'errore, è senza errore. Il Compiuto, monaci, il Santo, perfetto
Svegliato non pensa 'Mia è l'estinzione' perché il Compiuto la conosce,
dico io. E neppure pensa 'Mia è la terra' perché ha scoperto 'Il Diletto è
radice di dolore; il divenire genera, il divenuto invecchia e muore'.
Perciò dunque, monaci, il Compiuto ad ogni sete di vita morto, svezzato,
divelto, sfuggito, svincolato, è risvegliato nell'incomparabile perfetto
risveglio. Così parlò il Sublime. Contenti si rallegrarono i monaci della
parola del Sublime.
Sabbâsava Sutta
Gli asava [contaminazioni mentali]
Una volta soggiornava il Sublime nella Selva del
Vincitore, il parco di Anathapindiko, e parlo' ai monaci cosi':
Voglio mostrarvi come ci si difenda da ogni asava;
all'esperto io annunzio l'estinzione degli asava, non all'inesperto, non
all'ignaro. Per conoscere come estinguere gli asava occorre riconoscere
leggera attenzione e profonda attenzione. Leggera attenzione fa
germogliare nuovi asava e rinforza gli antichi; profonda attenzione, o
monaci, non fa sorgere nuovi asava e distrugge gli antichi.
Gli asava devono essere superati: sapendo;
difendendosi; curandosi; pazientando; fuggendo; combattendo; operando.
Quale asava sara' superato sapendo? Supponiamo che vi
sia un uomo comune, che non ha conosciuto niente, senza intendimento per
cio' che e' santo, estraneo ed inaccessibile alla dottrina, a cio' che e'
nobile, alla dottrina dei nobili, e che non riconosce cio' che merita
attenzione e non riconosce cio' che non merita attenzione. Senza
conoscenza delle cose degne e di quelle indegne, egli fa attenzione
all'indegno e non al degno.
Cos'e' l'indegno che egli reputa degno? Quello per la
cui stima germoglia nuova smania di desiderio, di esistenza, di errore, e
l'antica si rinforza.
E cos'e' il degno che egli non reputa degno? Quello per
la cui stima non puo' sorgere nuova smania di desiderio, di esistenza, di
errore e l'antica e' distrutta. Cosi', mentre reputa degne cose indegne e
indegne cose degne, nuovi asava sorgono in lui e gli antichi si
rinforzano.
E con leggera attenzione egli pensa cosi': sono mai
esistito nelle epoche passate? O non sono mai esistito? Che cosa sono
stato o non sono stato nelle epoche passate? E in che modo sono divenuto
quel che allora sono stato? Esistero' o non esistero' nelle epoche future?
E in che modo? Anche il presente lo riempie di dubbi: Esisto o non esisto?
Che cosa e come sono, io? Da dove sono venuto e dove andro'?
E con tali pensieri leggeri egli giunge ad una delle
sei opinioni, diviene in lui ferma persuasione: io ho un'anima; io non ho
un'anima; animato prevedo animazione; animato prevedo disanimazione;
senz'anima prevedo animazione; questo me stesso si trovera' qua e la', a
godere la mercede delle buone e delle cattive opere; e questo me stesso e'
permanente, persistente, eterno, immutabile, rimarra' quindi a se'
eternamente eguale.
Questo si chiama, o monaci, vico delle opinioni,
caverna delle opinioni, gola delle opinioni, spina delle opinioni, roveto
delle opinioni, rete delle opinioni. Impigliatosi nella rete delle
opinioni, o monaci, l'inesperto figlio della terra non si libera dal
nascere, dall'invecchiare e morire, da bisogno, miserie e pene, da strazio
e disperazione, non si libera, io dico, dal dolore.
Ma l'esperto, santo discepolo, che accede alla
dottrina, riconosce cio' che merita attenzione e riconosce cio' che non
merita attenzione, stima cio' che e' degno e non stima l'indegno, percio'
in lui non sorgono nuovi asava e gli antichi si estinguono.
Questo e' il dolore, pensa egli profondamente; questa
e' l'origine del dolore; questo e' l'annientamento del dolore; questa e'
la via che conduce all'annientamento del dolore. E con tale profondo
pensiero gli si sciolgono i tre irretimenti: la fede nella perduranza
personale, la dubbiosa incertezza e l'ascesi come scopo a se stessa.
Quale asava sara' superato difendendosi?
Ecco, o monaci, un monaco si munisce di riflessione
quale arma ed efficace difesa della vista, perche' se egli lasciasse
inerme la sua vista, allora scenderebbe su di lui turbante, dannosa
smania; ma la vista munita di difesa tiene lontana da lui la turbante,
dannosa smania. Alla stessa stregua, egli si munisce di riflessione quale
arma di difesa dell'udito, dell'olfatto, del gusto, del tatto, del
pensiero.
Quale asava sara' superato curandosi?
Ecco, o monaci, un monaco ha cura dell'abito a ragion
veduta, solo per ripararsi dal freddo, dal caldo, dal vento e dalla
tempesta, da zanzare e vespe e fastidiosi animali striscianti, solo per
coprire le sue pudende. A ragion veduta egli ha cura del cibo elemosinato,
non per godimento o diletto, non per essere florido e bello, ma solo per
conservare e sostentare questo corpo, per scansare danni, per poter menare
santa vita: "
Cosi' io estinguero' la sensazione di prima e non ne
faro' sorgere una nuova, e ne avro' abbastanza per immacolato benessere".
A ragion veduta egli ha cura del giaciglio, solo per
ripararsi dal freddo, dal caldo, dal vento e dalla tempesta, da zanzare e
vespe e fastidiosi animali striscianti, solo per evitare pericoli, per
poter godere di tranquillita'.
A ragion veduta egli ha cura delle medicine nel caso di
una malattia, solo per sedare vive, dolorose sensazioni, per raggiungere
il vero scopo: indipendenza. Se egli fosse trascurato potrebbe essere
colpito da turbante, dannosa smania.
Ma quale asava, o monaci, e' quello che deve essere
superato pazientando?
Ecco, o monaci, un monaco sopporta a ragion veduta
freddo e caldo, fame e sete, vento e tempesta, zanzare e vespe e
fastidiosi animali striscianti; ed ai maligni, malevoli discorsi, alle
corporali sensazioni di dolore che lo colpiscono, violenti, taglienti,
pungenti, sgradevoli, moleste, pericolose di vita, egli pazientando non si
cura. Perche' se egli divenisse impaziente, o monaci, allora scenderebbe
su di lui turbante, dannosa smania: percio' egli rimane paziente e sfugge
alla turbante, smaniosa smania.
Ma quale asava, o monaci, e' quello che deve essere
superato fuggendo?
Ecco, o monaci, un monaco fugge a ragion veduta un
elefante infuriato, un cavallo infuriato, un cane infuriato, egli fugge i
serpenti, evita il suolo disboscato, gli spinosi sterpeti, le pozze e i
fossi, i pantani e le paludi. Luoghi che non sono adatti alla dimora,
posti che non sono adatti al cammino, amici che non sono adatti al
consorzio e che ad esperti fratelli dell'Ordine non sarebbero graditi:
tali luoghi, tali posti, tali amici egli fugge a ragion veduta, e cosi'
sfugge alla turbante, dannosa smania.
Ma quale asava, o monaci, e' quello che deve essere
superato combattendo?
Ecco, o monaci, un monaco a ragion veduta non da' campo
a pensieri di brama, di avversione, di furore che siano sorti in lui, li
rinnega, li scaccia, li estirpa, li soffoca in germe. Ma se egli cedesse,
allora scenderebbe su di lui turbante, dannosa smania: percio' egli li
combatte e ne rimane libero.
Ma qual'e', o monaci, l'asava che deve essere superato
operando?
Ecco, o monaci, un monaco opera a ragion veduta il
risveglio del sapere, del raccoglimento, della forza, della serenita',
della calma, dell'approfondimento, dell'equanimita'. Senza operare
soggiacerebbe a turbante, dannosa smania, ma se opera nessuna turbante,
dannosa smania lo raggiunge.
Se ora, o monaci, un monaco ha superato gli asava
sapendo, difendendosi, curandosi, pazientando, fuggendo, combattendo,
operando, allora lo si chiama monaco che ha reciso la sete di vivere, ha
infranto i vincoli, e con la completa conquista degli asava ha messo fine
al dolore.
* Asava = contaminazioni mentali. Per la precisione:
kama = sensualita'
bhava = rinascita
dhitta = speculazioni
avijja = ignoranza
Chi estingue gli asava e' un Arahat
Dhamma dâyada Sutta
Eredi della dottrina
Questo ho sentito.
Una volta il Sublime soggiornava presso Sâvatthî, nella
Selva del Vincitore, nel parco di Anâthapindiko. Là il Sublime si rivolse
ai monaci così:
"Monaci, siate eredi della dottrina, non eredi del
bisogno. Ve lo dico per compassione e per evitare critiche da parte della
gente. Se io a mezzogiorno ho finito un pasto sufficiente, adeguato, e
sono abbastanza sazio, ma mi avanza ancora un po' del cibo elemosinato che
dovrebbe essere gettato, e mi si presentano due monaci stanchi e affamati,
io li inviterò."
Uno dei due monaci potrebbe pensare:
"Se non accetto, il Sublime dovrà gettare l'avanzo,
secondo consuetudine, in un luogo dove non ci sia erba o in acqua
corrente".
Egli ricorda l'insegnamento del Sublime che esorta a
essere eredi della dottrina e non del bisogno, quindi si propone di
rinunciarvi e, pur affamato e stanco com'è, di resistere sino al
mezzogiorno dell'indomani.
L'altro monaco, pur consapevole di tutto ciò, accetta
l'avanzo per vincere la fame e la stanchezza. Legittimamente il secondo
monaco ha accettato l'avanzo, ma il primo è più degno e meritevole perché
il suo comportamento lo farà avanzare sempre più nella moderazione, nella
contentezza, nella semplicità e nella perseveranza.
Così parlò il Sublime, e, alzatosi, rientrò nell'eremo.
Subito dopo prese la parola l'onorevole Sâriputto:
"Fratelli monaci, ora che il Maestro si è ritirato, in
che modo i discepoli trascurano la solitudine, in che modo la curano?"
E i monaci:
"Verremmo anche da lontano per ascoltare la tua parola,
fratello; parla, terremo a mente le tue parole".
Allora Sâriputto:
"Così voi, discepoli del Maestro che vive solitario,
trascurate la solitudine: non disprezzate ciò che Egli ha indicato come
spregevole; diventate pieni di pretese e importuni, cercate la compagnia e
fuggite dalla solitudine come un grave peso. In tal modo i fratelli più
anziani si vergognano per tre cose: primo, che non amate la solitudine;
secondo, che non disprezzate ciò che il Maestro ha indicato come
spregevole; terzo, che cercate compagnia evitando la solitudine. Ciò fa
vergognare i fratelli più anziani, ma anche quelli medi e quelli nuovi. E
in che modo voi curate la solitudine: disprezzando ciò che dev'essere
disprezzato; non diventando pretenziosi e molesti; evitando la compagnia
come grave peso e ricercando la solitudine.
Queste sono le cose che fanno onore ai monaci più
anziani come a quelli medi, come a quelli nuovi. Ora, fratelli, osservate:
la brama fa male e l'avversione fa male. C'è una via di mezzo per sfuggire
ad esse: una via che rende veggenti e sapienti, che produce sollievo,
chiara visione che conduce al risveglio, all' estinzione. E' questo santo
sentiero ottopartito, cioè: retti cognizione, intenzione, parola, azione,
vita, sforzo, sapere, raccoglimento. E ira e discordia fanno male,
fratelli, e così pure fanno male ipocrisia e invidia, gelosia ed egoismo,
inganno e astuzia, ostinazione e violenza, superbia e vanità, accidia e
negligenza."
Così parlò l'onorevole Sâriputto. Contenti si
rallegrarono quei monaci della sua parola.
Bhayabherava Sutta
Spavento e terrore
Questo ho sentito.
Una volta il Sublime soggiornava presso Savatthi, nella
selva del Vincitore, nel parco di Anathapindiko. Ecco ora venne Janussoni,
un brahmano che saluto' il Sublime con reverenza e, scambiate amichevoli,
notevoli parole, gli si sedette accanto e cosi' gli si rivolse:
- "Questi nobili giovani, o Gotamo, i quali, fidando
nel signore Gotamo, hanno lasciato la casa per l'eremo, essi onorano,
hanno eletto a loro duce e hanno fatta propria la concezione di vita e la
regola di vita del signore Gotamo."
- " Cosi' e', o brahmano, questi nobili giovani hanno
fatto ciò."
- " Duramente si vive pero', o Gotamo, nella profonda
foresta, in luoghi remoti; e' difficile amare la solitudine e goderne il
ritiro; i recessi della foresta ad un monaco che non puo' dominarsi, certo
fanno agghiacciare il cuore nel petto."
- "Cosi' e' o brahmano. E' accaduto anche a me, prima
del pieno risveglio, quand'ero ancora imperfetto e cercavo, appunto, di
raggiungere il risveglio. Allora io mi dissi: tutti quei cari asceti o
brahamani che, non retti in azioni, cercano luoghi remoti nel profondo
della foresta, quelli, appunto perche' il loro agire non e' retto,
debitamente provano spavento e terrore; ma io, che essendo retto in
azioni, cerco luoghi remoti nel profondo della foresta, io seguo retto
agire: se quindi vi sono uomini probi che, essendo retti in azioni,
cercano luoghi remoti nel profondo della foresta, io sono uno di essi.
Quando io, o brahamano, asservai che possedevo questa rettitudine
dell'agire, crebbe il mio compiacimento nella vita della foresta.
Quelli non retti in parole, provano spavento e terrore;
ma io dico rette parole e quando osservai che possedevo questa rettitudine
della parola, crebbe il mio compiacimento nella vita della foresta.
Quelli non retti in pensieri, provano spavento e
terrore; ma io seguo retti pensieri e percio' crebbe il mio compiacimento
nella vita della foresta.
Quelli che non hanno retto animo, provano spavento e
terrore; ma io seguo la rettitudine d'animo, percio' crebbe il mio
compiacimento nella vita della foresta.
Quelli che sono bramosi e pieni di veementi desideri,
provano spavento e terrore; ma io abbandonai le brame, percio' crebbe il
mio compiacimento nella vita della foresta.
Quelli che sono acri ed irosi, provano spavento e
terrore; ma io sento compassione ed abbandonai l'ira, percio' crebbe il
mio compiacimento nella vita della foresta.
Quelli che sono accidiosi e pigri, provano spavento e
terrore; ma io sono libero da accidiosa pigrizia, percio' crebbe il mio
compiacimento nella vita della foresta.
Quelli che sono agitati e con spirito irrequieto,
provano spavento e terrore; ma io, senza agitazione, sono tranquillo,
percio' crebbe il mio compiacimento nella vita della foresta.
Quelli che sono incerti e dubbiosi, provano spavento e
terrore; ma io sono sicuro e senza dubbi, percio' crebbe il mio
compiacimento nella vita della foresta.
Quelli che lodano se stessi e biasimano il prossimo,
provano spavento e terrore; ma io, senza impettirmi, non disprezzo gli
altri, e quando osservai che il lodare me stesso e biasimare gli altri mi
era estraneo, crebbe il mio compiacimento nella vita della foresta.
Quelli che tremano e sono timorosi, provano spavento e
terrore; ma io sono libero da tremito e timore, percio' crebbe il mio
compiacimento nella vita della foresta.
Quelli che sono avidi di ricompense, onori e riguardi,
provano spavento e terrore; ma io spregiando ricompense, onori e riguardi,
mi modero; quando osservai che possedevo questa moderazione, crebbe il mio
compiacimento nella vita della foresta.
Quelli che sono affranti e frustrati, provano spavento
e terrore; ma io, ne' affranto, ne' frustrato, cerco luoghi remoti nel
profondo della foresta.
Quelli che hanno la mente confusa e torbida, provano
spavento e terrore; ma io, che senza confusione ne' turbamento cerco
luoghi remoti nel profondo della foresta, io sono di chiara mente.
Quelli che con inquieti e distratti sensi cercano
luoghi remoti nel profondo della foresta, provano spavento e terrore; ma
io, che non inquieto ne' distratto cerco luoghi remoti nel profondo della
foresta, io sono padrone di me.
Quelli che stupidi e stolti, cercano luoghi remoti nel
profondo della foresta, provano spavento e terrore; ma io, che non essendo
ne' stupido ne' stolto, cerco luoghi remoti nella foresta, io sono savio.
Allora io mi dissi, o brahmano: dunque se in certe
notti paurose, al plenilunio e al novilunio, al quarto crescente ed al
calante, io cercassi sepolcri nei boschi, nelle selve, sotto gli alberi, e
dimorassi in sedi di raccapriccio e di orrore, per poter pur'io provare
che sia quello spavento e terrore? E infatti nel corso del tempo, io
dimorai in sedi di raccapriccio e di orrore. E mentre io stavo la', ecco
che un capriolo si avvicinava, o un gallo di bosco spezzava un ramo, o il
vento scuoteva il fogliame; ed io pensavo: ora apparira' certamente quello
spavento e terrore. Ed allora io mi dissi, o brahamano: ma perche'
aspettero' inerte l'apparire della paura? Non sarebbe meglio che, appena
quello spavento e terrore dovesse comunque mostrarsi, io immediatamente
l'affrontassi? E quello spavento e terrore scese su di me mentre io
camminavo su e giu'. Ma io ne' mi fermai, ne' mi sedei, ne' mi distesi,
finche', su e giu' camminando, stando dritto e fermo, stando seduto,
mentre giacevo, non ebbi affrontato e disperso quello spavento e terrore.
Pure vi sono anche, o brahmano, parecchi asceti e
brahmani che fanno della notte giorno e del giorno notte. Cio' io chiamo
una vanita' di quegli asceti e brahmani. Io pero' tengo la notte per notte
e il giorno per giorno.
Chi ora , o brahmano, puo' dire con diritto di un uomo:
un essere senza vanita' e' apparso nel mondo, per il bene di molti, per la
salute di molti, per compassione del mondo, per utile, bene e salute degli
dèi e degli uomini; costui appunto puo' dire questo di me.
Costante pero' io perseverai, senza vacillare, con
mente chiara, senza confusione, con sensi tranquilli, senza agitazione,
con animo raccolto, unificato. Lungi da brame, lungi da cose non salutari,
io restavo in sensiente, pensante, nata di pace, beata serenita': cosi'
raggiunsi la prima contemplazione.
Dopo compimento del sentire e pensare, io raggiunsi
l'interna calma, l'unita' dell'animo, la libera di sentire e pensare,
beata serenita', la seconda contemplazione.
In serena pace io restavo equanime, savio, chiaro e
cosciente, provavo in me la felicita' di cui i probi dicono: l'equanime
savio vive felice; cosi' raggiunsi la terza contemplazione.
Dopo rigetto di gioie e dolori, dopo annientamento
della letizia e della tristezza anteriore, io raggiunsi la non triste, non
lieta, equanime, savia, perfetta purezza, la quarta contemplazione.
Con tale animo saldo, purificato, terso, sincero,
schiarito di scorie, malleabile, duttile, compatto, incorruttibile, io
drizzai l'animo alla memore cognizione di anteriori forme di esistenza. E
mi ricordai di molte diverse anteriori forme di esistenza come di una
vita, di due vite, di tre, quattro, cinque, dieci vite, venti, trenta,
quaranta, cinquanta vite, cento vite, mille, centomila vite, poi delle
epoche durante parecchie formazioni e trasformazioni di mondi. La' ero io,
avevo quel nome, appartenevo a quella famiglia, quello era il mio stato,
quello il mio ufficio, provai tal bene e male, e cosi' fu la fine di mia
vita; di la' trapassato entrai io altrove di nuovo in esistenza e cosi'
via. Cosi' io mi ricordai di molte diverse anteriori forme di esistenza,
ognuna con i propri contrassegni, ognuna con le sue speciali relazioni.
Questa scienza, o brahmano, io avevo nelle prime ore della notte
conquistato per prima, avevo dissipato l'ignoranza, conseguito la
saggezza, dissipata l'oscurita', conseguita la luce, mentre con serio
intendimento, solerte, infaticabile dimoravo.
Con tale animo saldo, purificato, terso, sincero,
schiarito di scorie, malleabile, duttile, compatto, incorruttibile,
drizzai l'animo alla cognizione dello sparire ed apparire degli esseri.
Con l'occhio celeste, rischiarato, sopraterreno, io vidi gli esseri
scomparire e riapparire, volgari e nobili, belli e non belli, felici ed
infelici, io riconobbi come gli esseri sempre secondo le azioni
riappaiono. Questi cari esseri sono certo non retti in azioni, non retti
in parole, non retti in pensieri, biasimano cio' che e' salutare, stimano
cio' che e' dannoso, fanno cio' che e' dannoso; con la dissoluzione del
corpo, dopo la morte, essi pervengono giu', su cattivi sentieri, alla
perdizione, in mondo infernale. Quei cari esseri, pero' sono retti in
azioni, parole, pensieri, non biasimano cio' che e' salutare, stimano cio'
che e' retto, fanno cio' che e' retto; dopo la dissoluzione del corpo,
dopo la morte, essi pervengono su buoni sentieri, in mondo celeste. Cosi'
io riconobbi come gli esseri riappaiono sempre secondo le azioni. Questa
scienza, o brahmano, io avevo nelle ore medie della notte conquistato per
seconda, avevo dissipato l'ignoranza, conseguito la saggezza, dissipata l'oscurita',
conseguita la luce, mentre con serio intendimento, solerte, infaticabile
dimoravo.
In seguito drizzai l'animo alla cognizione
dell'estinguersi degli asava.
Questo e' il dolore; questo e' l'origine del dolore;
questo e' l'annientamento del dolore; questa e' la via che conduce
all'annientamento del dolore, compresi conforme a verita'.
Questo e' contaminazione mentale; questo e' l'origine
delle contaminazioni mentali; questo e' l'annientamento delle
contaminazioni mentali; questa e' la via che conduce all'annientamento
delle contaminazioni mentali.
Cosi' riconoscendo, cosi' vedendo, il mio animo fu
redento dalla smania del desiderio, dell'esistenza, dell'errore. Nel
redento e' la redenzione: questa cognizione sorse. Esausta e' la vita,
compiuta la santita', operata l'opera, non esiste piu' questo mondo,
compresi allora. Questa scienza, o brahmano io avevo nella ultime ore
della notte conquistata per terza, avevo dissipato l'ignoranza, conseguita
la saggezza, dissipata l'oscurita', conseguita la luce, mentre con serio
intendimento, solerte, infaticabile, dimoravo.
Ma tu forse, brahmano, potresti ora pensare: anche
adesso, pero', l'asceta Gotamo non e' del tutto privo di brama, avversione
e vanita'; percio' egli cerca luoghi remoti nel profondo della foresta.
Eppure, brahmano, tu non devi intenderla cosi'. Due sono le ragioni che mi
fanno cercare luoghi remoti nel profondo della foresta: il mio proprio
benessere durante la vita e la compassione per quelli che mi seguono."
"E compassione ha veramente donato il signore Gotamo,
come si conviene al Santo, Perfetto Svegliato. Benissimo, o Gotamo,
benissimo: Cosi' come se uno drizzasse cio' che e' rovesciato, o scoprisse
cio' che e' scoperto, o mostrasse la via a chi l'ha persa, o recasse lume
nella notte; chi ha occhi vedra' le cose: cosi' il signore Gotamo in vari
modi ha esposto la dottrina. E cosi' io prendo rifugio presso il signore
Gotamo, presso la dottrina e presso i discepoli; quale seguace voglia il
signore Gotamo considerarmi, da oggi per tutta la vita fedele."
Anangana Sutta
Innocenza
Questo ho sentito.
Una volta il Sublime soggiornava
presso Sâvatthî, nella Selva del Vincitore, nel parco di Anâthapindiko. Là
l'onorevole Sâriputto così si rivolse ai monaci: "Fratelli, nel mondo si
trovano quattro specie di uomini: chi è colpevole e non riconosce di
esserlo; chi è colpevole e riconosce d'esserlo; chi è innocente e non
riconosce d'esserlo; e che è innocente e riconosce, conforme a verità, di
non avere colpa.
Però il colpevole che non riconosce di essere tale è il
peggiore, e l'altro che riconosce d'essere colpevole è il migliore dei due
colpevoli.Ugualmente l'innocente che non ammette di esserlo è il peggiore,
e l' innocente che riconosce, secondo verità, di non aver colpa è il
migliore dei due innocenti".
A queste parole l'onorevole Mahâmoggallâno chiese: "Ma
qual è, fratello Sâriputto, la ragione, la causa, che indica chi è il
peggiore e chi il migliore tra i due colpevoli e tra i due innocenti?"
"Se, fratello, un colpevole non riconosce d'esserlo
allora c'è da aspettarsi che egli non eserciti la volontà, non lotti, non
si sforzi di rimediare alla sua colpa, e invece, carico di brama, di
avversione, di errore, di colpa, muoia con cuore non terso. Così come se
vi fosse un piatto di bronzo acquistato al mercato o dall'artigiano, pieno
di sporcizia e di macchie, e i proprietari non lo usassero né lo
pulissero, ma lo gettassero in un angolo: allora, fratello, questo piatto
di bronzo diverrebbe di certo più sporco e macchiato di prima.
Se invece un colpevole riconosce di esserlo, ci si può
aspettare che eserciti la sua volontà, lotti, trovi la forza di rimediare
alla sua colpa, e che, senza brama, senza avversione, senza errore e senza
più colpa, muoia col cuore terso. Così come se un piatto di bronzo
acquistato al mercato, fosse pieno di sporcizia e di macchie, ma i
proprietari lo pulissero e lo usassero invece di gettarlo in un angolo:
allora, fratello, il piatto diverrebbe di certo lucente e terso".
"Certamente, fratello!"
"Se, fratello, un innocente non si riconoscesse tale,
ci si può aspettare che egli si lasci attrarre dallo splendore delle cose,
e, attratto da esse, faccia travolgere il suo cuore dalla brama; e poi,
carico di brama, di avversione, di errore, di colpa, muoia col cuore non
terso. Così come, fratello, se vi fosse un piatto di bronzo, acquistato
lucente e terso, ma i proprietari, invece di usarlo o pulirlo lo
sbattessero in un angolo: allora, fratello, il piatto dopo qualche tempo
diverrebbe di certo sporco e macchiato. Mentre se egli riconoscesse la
propria innocenza, ci si potrebbe aspettare che non si farebbe attrarre
dallo splendore delle cose, non farebbe travolgere il suo cuore dalla
brama, e poi, senza brama, senza avversione, senza errore, senza colpa,
muoia col cuore terso. Così come se un piatto di bronzo acquistato, fosse
lucente e terso, e i proprietari lo pulissero e lo usassero, senza
gettarlo in un angolo: allora, fratello, il piatto diverrebbe anche più
lucente e più terso di prima.
Questa dunque, fratello Moggallâno, è la ragione,
questa è la causa per cui uno dei due ugualmente colpevoli lo si indica
come il peggiore e l'altro come il migliore; lo stesso dicasi dei due
ugualmente innocenti.
"La colpa, la colpa", così si esclama, fratello; ma
cosa s'intende propriamente sotto tale concetto?"
"I perniciosi, dannosi moti dell'animo, fratello,
quelli s'intendono sotto il concetto di colpa.
E' possibile che a un monaco venga in mente: "Se ho
sbagliato, gli altri non hanno bisogno di saperlo." Ma se lo vengono a
sapere egli s'amareggia e s' adira. Questa amarezza e quest'ira sono
entrambe colpe. E' possibile che gli venga in mente: "Se ho sbagliato, i
fratelli mi devono richiamare in segreto, non davanti agli altri monaci."
Se invece essi lo richiamano pubblicamente, non in segreto, allora egli si
amareggia e s'adira. Oppure potrebbe venirgli in mente: "Se ho sbagliato,
può ammonirmi un amico, non un altro monaco". Potrebbero anche venirgli in
mente tutte quest'altre cose:
"Ah, se il Maestro potesse esporre la dottrina ai
monaci mentre dialoga con me, non con un altro monaco." - "I monaci
nell'andare verso il villaggio per l'elemosina dovrebbero mettere alla
testa me, non un altro!" - "Oh, se al pasto toccasse a me la migliore
sedia, la migliore acqua, il migliore boccone!" Oppure: "Oh, se io solo
potessi saziarmi al pasto!" E ancora:
"Se i monaci vanno in giardino dovrei essere io e non
altri a esporre la dottrina." - "Se le bhikkhuni, se le monache vanno in
giardino dovrei essere io a spiegare la dottrina." - "Se i seguaci d'ambo
i sessi vengono in giardino dovrei essere io a esporre la dottrina." - "I
monaci dovrebbero valutare, pregiare, stimare me solo, non altri." - "Le
monache dovrebbero valutare, pregiare, stimare me solo, non altri." - "I
seguaci dovrebbero valutare, pregiare, stimare me solo, non altri."
"A me si dovrebbe far ottenere una veste scelta, non ad
altri." - "A me si dovrebbero dare bocconi scelti, giaciglio scelto,
medicine scelte in caso di malattia, e non ad altri."
Se tutti questi pensieri e desideri non si
realizzassero e accadesse il contrario, egli si amareggerebbe e si
adirerebbe. Questi due moti dell' animo sono colpe.
Un monaco, fratello, presso cui questi perniciosi,
dannosi moti dell'animo si mostrano, si manifestano non attenuati, anche
se egli fosse un solitario eremita della foresta, un muto mendicante di
briciole, se fosse coperto da una veste di stracci da lui rappezzati, non
sarebbe dai suoi fratelli dell' ordine ben considerato, pregiato, stimato,
onorato. Così come se vi fosse un piatto di bronzo, lucente e terso, e i
proprietari lo riempissero di pezzi di carogna di serpe o di cane o di
uomo, lo coprissero con un altro piatto e lo portassero al mercato. E se
uno chiedesse cosa esso nasconde, sollevasse il coperchio e guardasse il
contenuto provando ripugnanza, nausea e ribrezzo, e persino agli affamati
passasse la voglia di mangiare; lo stesso accadrebbe ai suoi fratelli
dell'ordine.
Un monaco, fratello, presso cui quei perniciosi,
dannosi moti dell'animo non si mostrano più, non si manifestano più, anche
se fosse un girovago di campagna, che mangia invitato, che è coperto da
veste donata, verrebbe dai suoi fratelli dell'ordine altamente valutato,
pregiato, stimato e onorato perché in lui quei perniciosi, dannosi moti
dell'animo non si mostrano più, non si manifestano più. Come se un piatto
di bronzo, lucente e terso fosse riempito dai proprietari con una succosa,
ben condita pietanza di riso brillato, bollito, e, copertolo con un altro
piatto, lo portassero al mercato. E uno chiedesse cosa nasconde,
sollevasse il coperchio e guardasse il contenuto, proverebbe piacere, non
nausea, non disgusto, e persino ai sazi verrebbe voglia di mangiare, non
dico agli affamati!"
A queste parole si volse l'onorevole Mahâmoggallâno
all'onorevole Sâriputto e disse: "Mi viene un paragone." "Dimmelo,
fratello Moggallâno." "Una volta, fratello, io soggiornavo sulla Costa del
monte presso Râjagaham. Mi alzai di prima mattina, presi mantello e
scodella, e andai alla città per l' elemosina. Proprio a quell'ora Samiti,
il figlio del fabbricante di carri era occupato a piallare una ruota, e
Panduputto, un penitente nudo, un sâdhu, che prima era stato fabbricante
di carri, gli era vicino. Allora a Panduputto, pratico di quell'attività
venne questo pensiero: "Oh, se Samiti piallasse questa scheggia, questa
vena, questo nodo; allora la ruota, liberata da tutto ciò, risulterebbe di
legno purissimo." E mentre a Panduputto sorgeva un pensiero dopo l'altro,
Samiti, come se lo sentisse, piallava scheggia dopo scheggia, vena dopo
vena, nodo dopo nodo. Allora il nudo penitente, antico fabbricante di
carri, allegramente commosso esclamò:
"Egli pialla come mosso dal cuore!" Ora, fratello, vi
sono anche qui persone che malvolentieri, per bisogno e non per fiducia si
sono allontanate da casa per ritirarsi nell'eremo, ipocriti, bigotti,
santocchi, goffi millantatori, affaccendati ciarloni, cattivi custodi
delle porte dei sensi, senza moderazione al pasto, alieni dalla vigilanza,
indifferenti all' ascetismo, negligenti nei doveri dell'ordine,
pretenziosi, importuni, che cercano anzitutto compagnia, che schivano la
solitudine come grave peso, cuori languidi, deboli, teste confuse, privi
di chiarezza, spiriti incostanti, distratti, uomini limitati e ottusi: a
questi l'onorevole Sâriputto con la sua esposizione ha piallato come mosso
dal cuore. E vi sono anche nobili giovani che mossi da fiducia si sono
allontanati da casa per ritirarsi nell'eremo; giovani che sono l'esatto
contrario di ciò che ho detto dei primi, e a questi l'esposizione
dell'onorevole Sâriputto fu quasi cibo e bevanda per il cuore e per
l'orecchio. In modo eccellente, invero, tu hai distolto i fratelli
dell'ordine da ciò che è dannoso e li hai rinforzati in ciò che è
salutare.
Così, in verità, si confortavano reciprocamente quei
due grandi con piacevole dialogo.
Vatthupama Sutta
Il paragone della veste
Questo ho sentito.
Una volta il Sublime soggiornava
presso Sâvatthî, nella Selva del Vincitore, nel parco di Anâthapindiko. Là
il Sublime si rivolse ai monaci: "Monaci, se un tintore prendesse una
veste sudicia e piena di macchie, e la immergesse in una tintura, non
importa quale, azzurra, gialla, rossa o violetta, essa potrebbe prendere
solo una tinta brutta e impura perché la veste non è pulita. Allo stesso
modo da un cuore immondo c'è da aspettarsi una cattiva riuscita.
Se invece il tintore prendesse una veste netta e pura,
essa potrebbe prendere solo una tinta buona e pura. Allo stesso modo da un
cuore non immondo c'è da aspettarsi una buona riuscita.
Ora, monaci, cos'è il turbamento del cuore? Esso è
dannoso egoismo, malvagità, abiezione, ipocrisia, invidia, gelosia,
interesse, frode, malizia, ostinazione, violenza, presunzione, superbia,
negligenza e leggerezza.
Ora, un monaco che abbia riconosciuto tutte queste
cose, le rinnega, e se ciò accade allora è provato e proclamato il suo
amore per lo Svegliato in questo modo: "Questo è il Sublime, il Santo, il
perfetto Svegliato, l'Esperto di sapienza e di vita, il Benvenuto, il
Conoscitore del mondo, l'incomparabile Guida dell'umano gregge, il Maestro
degli dei e degli uomini"; è provato il suo amore alla dottrina: "Bene
annunziata è dal Sublime la dottrina evidente, senza tempo, incitante,
invitante, ad ogni intelligente intelleggibile"; è provato il suo amore ai
discepoli: "L'ordine, il Sangha, è, presso il Sublime, bene, degnamente,
rettamente, convenientemente affidato, quattro paia di uomini, otto specie
di uomini [?]: questo è l'ordine del Sublime, che merita devozione e doni,
elemosina e saluto, che è la più santa sede del mondo". Il detto monaco ha
però abbandonato, smesso, disciolto, rinnegato e rigettato il riguardo:
conosce il distacco da tutto [?].
"Il mio amore per lo Svegliato, per la dottrina e per i
discepoli è provato": così egli acquista la comprensione del senso, la
comprensione della dottrina, l'intelligente deliziarsi della dottrina.
Tale delizia lo rende beato. Il corpo del beato si calma. Il calmo prova
fisica serenità. Il cuore del sereno prova raccoglimento.
Ora un monaco che possiede tale virtù, tale dottrina,
tale sapienza, può anche godere cibo mendicato che sia fatto di riso
scelto, ben saporito e condito, e ciò non lo danneggia. Così come una
veste sudicia e piena di macchie, lavata in acqua chiara diviene nitida e
tersa, oppure l'oro fuso nel crogiolo diventa schietto e puro; così pure
un monaco che possiede tale virtù, tale dottrina, tale sapienza, può anche
godere cibo mendicato.
Rimanendo con animo amorevole egli irradia in tutte le
direzioni, nord, sud, est, ovest, zenit e nadir, dappertutto
riconoscendosi, il mondo intero amorevolmente, con ampio, profondo,
illimitato animo, schiarito da rabbia e rancore.
Lo stesso egli fa con animo compassionevole, con animo
lieto, con animo immoto.
"Così è", egli comprende; "Vi è ciò che è volgare e vi
è ciò che è nobile, e vi è una libertà più alta di questa percepita dai
sensi". E in tale contemplazione, in tale visione il suo cuore viene
redento dalla mania del desiderio, dalla mania dell'esistenza, dalla mania
dell'errore. Sorge in lui questa conoscenza: "Nel redento è la
redenzione". Comprende allora: "Esaurita è la vita, compiuta la santità,
operata l'opera, non esiste più questo mondo". Questo si chiama, monaci,
un monaco purificato nell'intimo."
In quel frattempo si era avvicinato al Sublime il
brâhmano Sundariko Bhâradvâjo che si rivolse a lui chiedendo: "Va forse il
signore Gotamo a bagnarsi nella Bâhukâ?"
"Che c'è, brâhmano, che c'entra la Bâhukâ?"
"Si crede, Gotamo, che essa purifichi, che essa
santifichi, che nelle sue onde si lavino le proprie colpe."
Allora il Sublime si volse verso il brâhmano Sundariko
Bhâradvâjo e recitò questi versi:
"La Bâhukâ, l'Adhikâ, la Gayâ,
Anche la Sundarî e Sarassatî,
E la corrente del Payâgo fluido,
E di Bâhumatî veloce il fiume,
Non lavano giammai lo scellerato,
Se anch'uno si lavasse in ogni tempo.
Che gioverebbe mai la Sundarî,
O l'onda del Payâgo o la Gayâ?
Già l'acqua mai deterge dai suoi falli
Chi passo passo va per falsa strada.
Al giusto sempre ride lieto maggio,
Al giusto sempiterno è dì di festa,
Al giusto, a lui, che valoroso vive,
Adempito vien sempre il suo desir.
Bàgnati dunque, o brâhmano, sol qui:
Per tutto ciò che vive abbi pietà.
E se rinunzia hai fatto alla menzogna,
Se non offendi più vivente alcuno,
E più non prendi ciò che non è dato,
Nella rinunzia ognora sei costante,
A che verrai più mai alla Gayâ?
Fiumana la Gayâ, non altro è a te."
Dopo queste parole il brâhmano Sundariko Bhâradvâjo
disse al Sublime:
"Benissimo, Gotamo, benissimo! Così come quasi, Gotamo,
se uno raddrizzasse ciò che è rovesciato, o scoprisse ciò che è coperto, o
mostrasse la via a chi s'è perso, o portasse lume nella notte: "Chi ha
occhi vedrà le cose": così anche appunto il signore Gotamo in vari modi ha
esposto la dottrina. Anche io prendo rifugio presso il signore Gotamo,
presso la Dottrina e presso l'Ordine. Voglia il signore Gotamo concedermi
accoglienza, conferirmi l'ordinazione."
E il brâhmano Sundariko Bhâradvâjo venne accolto dal
Sublime, venne investito dell'ordinazione. Ma non molto dopo che era stato
accolto nell'ordine, egli, solitario, appartato, infaticabile, con
fervido, intimo sforzo aveva rapidamente, ancora durante la vita,
scoperto, realizzato e raggiunto quell'altissimo scopo dell'ascetismo che
porta i nobili figli dalla casa all'eremo. "Esausta è la vita, compiuta la
santità, operata l'opera, non esiste più questo mondo", egli comprese
allora. Anche l'onorevole Bhâradvâjo era adesso divenuto uno dei santi.
Sammâditthi Sutta
La retta conoscenza
Questo ho sentito.
Una volta il Sublime soggiornava
presso Sâvatthi, nella Selva del Vincitore, nel parco di Anâtapindiko. Là
l'onorevole Sâriputto si rivolse così ai monaci: ""La retta conoscenza, la
retta conoscenza", di questo si parla, fratelli. Ma fino a che punto un
nobile uditore ha la retta conoscenza, la sua conoscenza è giusta, il suo
amore alla dottrina provato ed egli appartiene a questa nobile dottrina?"
"Verremmo dall'onorevole Sâriputto persino da lontano
per avere su ciò un chiarimento: se egli vorrà spiegare ciò i monaci
conserveranno le sue parole."
"Allora, fratelli, ascoltate con attenzione. Se il
nobile uditore conosce ciò che è dannoso e ne conosce la radice, egli ha
retta conoscenza, la sua conoscenza è giusta, il suo amore per la dottrina
è provato, egli appartiene a questa nobile dottrina. Ma cos'è dannoso,
cos'è la radice del dannoso, cos'è salutare e qual è la radice del
salutare? Uccidere è dannoso e tutte quest'altre cose sono dannose:
rubare, darsi a stravizi, mentire, dire male, parlare aspramente,
ciarlare, bramare, infuriarsi, avere falsa conoscenza.
La radice di ciò che è dannoso poi sono la brama,
l'avversione e l'errore.
E cosa è salutare? Astenersi da tutte le cose dannose.
E qual è la radice del salutare? Mancanza di brama, di avversione e di
errore è la radice del salutare.
Se ora il nobile uditore conosce ciò che è dannoso, ciò
che è la radice di quello, ciò che è salutare e ciò che è la radice del
salutare, e se ha completamente rinnegata l'agitazione del bramare, fugata
quella della ripugnanza, schiantata l'agitazione dell'Io, se ha perduta
l'ignoranza e acquistata la sapienza, allora egli già in questa vita mette
fine al dolore."
"Bene, fratello, ma vi è anche un altro modo per il
nobile uditore per raggiungere tutto ciò?"
"Certo, fratelli, se l'uditore conosce il nutrimento e
l'origine del nutrimento, conosce la sua distruzione e la via che conduce
alla distruzione del nutrimento, egli ha retta conoscenza, giusta
conoscenza, il suo amore per la dottrina è provato, egli appartiene a
questa nobile dottrina. Ma che cos'è il nutrimento, qual è la sua origine,
come lo si distrugge e qual è la via che conduce a ciò? Vi sono quattro
specie di nutrimento: primo, cibo elementare, grosso o fino; secondo,
contatto fisico; terzo, percezione spirituale; quarto, coscienza.
L'origine della sete di vivere determina l' origine del nutrimento; la sua
distruzione determina la distruzione del nutrimento. La via che conduce a
ciò è il nobile sentiero ottopartito, cioè: retti conoscenza, intenzione,
parola, azione, vita, sforzo, sapere, raccoglimento.
Se ora il nobile uditore conosce il nutrimento, la sua
origine, la sua distruzione e la via che conduce a ciò, e ha completamente
vinto la brama e l'avversione, se ha schiantata l'agitazione dell'Io, se
ha perduto l' ignoranza e acquistato la sapienza, egli già in questa vita
mette fine al dolore."
"Bene, fratello, ma vi è ancora un altro modo per il
nobile uditore per raggiungere tutto ciò?"
"Certamente, fratelli. Se egli conosce il dolore,
l'origine del dolore, l' annientamento del dolore e la via che conduce a
ciò, egli ha la conoscenza giusta, è provato il suo amore alla dottrina ed
egli appartiene ad essa. Ma cos'è il dolore, qual è la sua origine, cos'è
il suo annientamento, e cosa la via che porta all'annientamento del
dolore? Nascita è dolore, vecchiaia è dolore, lo è la malattia, lo è il
morire e così pure sono dolore i guai, l 'afflizione, la pena, lo strazio,
la disperazione, non ottenere ciò che si desidera.; in breve, sono dolore
i cinque elementi dell'attaccamento alla vita. E qual è l'origine del
dolore? E' questa sete di vivere, che produce nuova esistenza, alimentata
dalla soddisfazione che si nutre qua e là; è l' attaccamento al sesso,
l'attaccamento all'esistenza e al benessere. E l' annientamento del
dolore? E' il completo, totale annientamento, allontanamento,
respingimento; è la soppressione, il rinnegamento di questa sete di
vivere. Ma qual è la via che porta all'annientamento del dolore? E '
questo nobile ottuplice sentiero, cioè: retti conoscenza, intenzione,
parola, azione, vita, sforzo, sapere, raccoglimento.
Se ora il nobile uditore conosce tutto ciò, e più non
brama, più non ha repulsione, ed ha schiantato il turbamento dell'Io, se,
perduta l'ignoranza, ha acquistato la sapienza, allora egli già in questa
vita mette fine al dolore."
"Bene, fratello! Ma vi è forse anche un altro modo?"
"Certo, fratelli. Se il nobile uditore conosce
vecchiaia e morte,(jarâ-marana), e la loro origine; se ne conosce
l'annientamento e la via che a ciò conduce, allora egli ha retta e giusta
conoscenza. Ma cosa sono la vecchiaia e la morte, qual è il loro
annientamento e qual è la via che lo consente? Vecchiaia è per ognuno il
consumarsi del corpo, il divenire fragili, grigi, pieni di rughe, il
decadere delle forze, l' appassire dei sensi. (chiedete a Pam. ;-) E la
morte? E' il disfarsi, il dissolversi, il decomporsi, il tramontare,
l'estinguersi di ciascun essere, il separarsi degli elementi, il
putrefarsi del cadavere. L'origine della nascita (jâti) determina
l'origine della vecchiaia e della morte, l' annientamento della nascita
prova il loro annientamento. E la via che porta a ciò è il nobile
ottuplice sentiero.
Se ora, fratelli, il nobile uditore conosce tutto ciò
ed è lontano da brama, repulsione, non è più turbato dall'Io, se, vinta
l'ignoranza, ha acquistato la sapienza, allora egli già in questa vita
mette fine al dolore.
Ma cos'è la nascita, la sua origine, il suo
annientamento e la via che porta al suo annientamento? Nascita,
formazione, germinazione, concepimento di ciascun corpo in ogni essere,
l'aggregarsi degli elementi, l'entrare in contatto col mondo esterno:
questo è la nascita. L'origine dell'esistenza (bhava) determina l'origine
della nascita, il suo annientamento produce l' annientamento dell'altra. E
la via che porta a ciò è il nobile sentiero ottopartito.
Se ora il nobile uditore conosce tutto ciò, e più non
brama, più non ha repulsione, ed ha schiantato il turbamento dell'Io; se,
perduta l'ignoranza, ha acquistato la sapienza, allora egli già in questa
vita mette fine al dolore.
Ma cos'è l'esistenza, qual è la sua origine, qual è il
suo annientamento e quale la via che conduce a ciò? Vi sono tre specie di
esistenza, fratelli: esistenza sessuale, esistenza formale ed esistenza
senza forma. L'origine dell'attaccamento alla vita (upâdâna) determina
l'origine dell'esistenza, e il suo annientamento provoca l'annientamento
dell'altra. E la via che conduce a ciò è il nobile sentiero ottopartito.
Se ora, fratelli, il nobile uditore conosce tutto ciò ed è lontano da
brama, repulsione, non è più turbato dall'Io; se, vinta l'ignoranza, ha
acquistato la sapienza, alloraegli già in questa vita mette fine al
dolore.
Ma cos'è l'attaccamento alla vita, da cosa è originato,
cos'è il suo annientamento, e qual è la via che provoca il suo
annientamento? Ci sono quattro specie di attaccamento alla vita:
attaccamento alla sessualità, alla multiscienza (i Veda), all'ascesi come
scopo a se stessa, l'attaccamento al perdurare personale. L'origine della
sete di vivere (tanhâ) determina l' attaccamento alla vita, e il suo
annientamento determina l'annientarsi dell' attaccamento alla vita. E la
via che conduce a ciò è il nobile ottuplice sentiero. Se ora, fratelli, il
nobile uditore conosce tutto ciò, ed è lontano da brama, repulsione, non è
più turbato dall'Io; se, vinta l' ignoranza, ha acquistato la sapienza,
allora egli già in questa vita mette fine al dolore.
Ma cos'è la sete di vivere, qual è la sua origine e la
sua distruzione, e quale la via da percorrere?
Vi sono sei specie di sete di vivere: sete delle forme,
dei suoni, degli odori, dei sapori, dei contatti e delle cose. L'origine
della sensazione (vedanâ) determina l'origine della sete di vivere, il suo
annientamento ne determina l'annientamento, e la via che vi conduce è il
nobile ottuplice sentiero. Se ora, fratelli, il nobile uditore conosce
tutto ciò, ed è lontano da brama, repulsione, non è più turbato dall'Io;
se, vinta l' ignoranza, ha acquistato la sapienza, allora egli già in
questa vita mette fine al dolore.
Ma che è la sensazione, da cosa origina, cosa la
distrugge e qual è la via che lo consente? Vi sono sei specie di
sensazioni: sensazioni prodotte da contatto visivo, uditivo, olfattivo,
gustativo, tattile, intellettivo. L' origine del contatto (phassa)
determina l'origine della sensazione, il suo annientamento determina
quello della sensazione. E la via che conduce a ciò è il nobile santiero
ottopartito. Se ora, fratelli, il nobile uditore conosce tutto ciò, ed è
lontano da brama, repulsione, non è più turbato dall 'Io; se, vinta
l'ignoranza, ha acquistato la sapienza, allora egli già in questa vita
mette fine al dolore.
Ma cos'è il contatto, da che è originato, cosa lo
annienta e qual è la via per annientarlo? Vi sono sei specie di contatti:
quelli legati ai rispettivi sei sensi compreso quello mentale. L'origine
della sestupla sede (salâyâtâna) determina l'origine del contatto, e il
suo annientamento annienta il contatto. E la via per annientarla è il
nobile sentiero ottuplice. Se ora, fratelli, il nobile uditore conosce
tutto ciò, ed è lontano da brama, repulsione, non è più turbato dall'Io;
se, vinta l' ignoranza, ha acquistato la sapienza, allora egli già in
questa vita mette fine al dolore.
Ma cos'è la sestupla sede, cosa la origina, cosa
l'annienta e quale via conduce a ciò? Vi sono sei sedi dei sensi compresa
la sede del senso del pensiero. L'origine di immagine e concetto, di nome
e forma (nâma-rûpa) determina l'origine delle sei sedi dei sensi, la sua
distruzione conduce alla loro distruzione, e la via che conduce a ciò è
l'ottuplice sentiero. Se ora, fratelli, il nobile uditore conosce tutto
ciò, ed è lontano da brama, repulsione, non è più turbato dall'Io; se,
vinta l'ignoranza, ha acquistato la sapienza, allora egli già in questa
vita mette fine al dolore.
Ma cos'è immagine e concetto, cosa ne è l'origine, cosa
produce il suo annullamento e con quale via lo si ottiene? Per concetto si
intende la sensazione, la percezione, la comprensione e la riflessione. Le
quattro materie principali e ciò che esiste come forma di esse è ciò che
si chiama immagine. L'origine della coscienza (viññana) determina
l'origine di immagine e concetto, il suo annientamento ne determina
l'annientamento. E la via che conduce a ciò è l'ottuplice sentiero. Se
ora, fratelli, il nobile uditore conosce tutto ciò, ed è lontano da brama,
repulsione, non è più turbato dall'Io; se, vinta l'ignoranza, ha
acquistato la sapienza, allora egli già in questa vita mette fine al
dolore.
Ma cos'è la coscienza, qual è la sua origine, cosa
l'annienta e quale viaporta a ciò? Vi sono sei specie di coscienza che
coinvolgono i sei sensi compreso quello mentale. L'origine delle
distinzioni che predispongono (samkhâra) determina l'origine della
coscienza, il loro annientamento annienta la coscienza. E la via che
conduce a ciò è il sentiero ottopartito. Se ora, fratelli, il nobile
uditore conosce tutto ciò, ed è lontano da brama, repulsione, non è più
turbato dall'Io; se, vinta l' ignoranza, ha acquistato la sapienza, allora
egli già in questa vita mette fine al dolore.
Ma cosa sono le distinzioni, qual è la loro origine,
come annientarle e qual è la via per farlo? Vi sono tre specie di
distinzioni: quella fisica, quella verbale e quella spirituale. L'origine
dell'ignoranza (avijjâ) è ciò che determina l'origine delle distinzioni,
il suo annientamento le annienta, e la via che permette ciò è il nobile
ottuplice sentiero. Se ora, fratelli, il nobile uditore conosce tutto ciò,
ed è lontano da brama, repulsione, non è più turbato dall'Io; se, vinta
l'ignoranza, ha acquistato la sapienza, allora egli già in questa vita
mette fine al dolore.
Ma cos'è l'ignoranza, cosa la origina, cosa la
distrugge, e quale via lo consente? Non conoscere il dolore (dukkha), non
conoscerne l'origine, non conoscere come annientarlo, e non conoscere la
via che lo permette; ciò, fratelli, si chiama ignoranza. L'origine della
mania (âsava) determina l' origine dell'ignoranza, il suo annientamento ne
determina l'annientamento.
E la via che conduce a ciò è il nobile ottuplice
sentiero. Se ora, fratelli, il nobile uditore conosce tutto ciò, ed è
lontano da brama, repulsione, non è più turbato dall'Io; se, vinta
l'ignoranza, ha acquistato la sapienza, allora egli già in questa vita
mette fine al dolore.
Ma cos'è la mania, qual è l'origine della mania, cos'è
l'annientamento della mania, qual è la via che porta all'annientamento
della mania? Vi sono tre specie di mania, fratelli: mania di desiderio (kâma-âsava),
mania d' esistenza (bhava-âsava), mania d'ignoranza (avijjâ-âsava).
L'origine dell' ignoranza determina l'origine della mania, l'annientamento
dell'ignoranza determina l'annientamento della mania. Ma la via che
conduce all' annientamento della mania è il nobile ottuplice sentiero,
cioè: retta parola, retta azione, retta vita, retto sforzo, retto sapere,
retto raccoglimento. Se ora, fratelli, il nobile uditore conosce così la
mania, così la sua origine, così il suo annientamento, così la via che
conduce al suo annientamento, e ha completamente rinnegata l'agitazione
del bramare, fugata l'agitazione del respingere, schiantata l'agitazione
dell'Io; se ha perduta l'ignoranza, acquistata la sapienza, allora egli
già in questa vita mette fine al dolore. Pertanto, fratelli, un nobile
uditore ha la retta conoscenza, la sua conoscenza è giusta, il suo amore
alla dottrina provato, egli appartiene a questa nobile dottrina."
Così parlò l'onorevole Sâriputto. Contenti si
rallegrarono quei monaci per la sua parola.
Satipatthâna Sutta
I pilastri del sapere
Questo ho sentito.
Una volta il Sublime soggiornava nella terra dei Kurû,
presso la città dei Kurûni detta Kammâsadamman (1). Là il Sublime si
rivolse ai monaci: "La diritta via, monaci, che conduce alla purificazione
degli esseri, al superamento del dolore e della miseria, alla distruzione
della sofferenza e della pena, al conseguimento di ciò che è giusto, alla
realizzazione dell'estinzione, è data dai quattro pilastri del sapere.
Ecco che un monaco vigila presso il corpo sul corpo, instancabile, con
chiara mente, sapiente, dopo aver superato le brame e le cure del mondo;
allo stesso modo vigila presso le sensazioni sulle sensazioni; presso
l'animo sull'animo; presso i fenomeni sui fenomeni. E come lo fa? Un
monaco si reca all'interno della foresta, o sotto un grande albero, o in
un vuoto eremo, si siede con le gambe incrociate, il corpo diritto, e si
esercita nel sapere. Cosciente egli inspira, cosciente espira. Se inspira
profondamente egli lo sa; se inspira brevemente, egli ne è consapevole.
"Voglio inspirare sentendo tutto il corpo", "Voglio espirare sentendo
tutto il corpo", "Voglio inspirare calmando questa combinazione corporea",
"Voglio espirare calmando questa combinazione corporea"; così egli si
esercita. Così come un abile tornitore o garzone tornitore tirando
fortemente sa "Io tiro fortemente", tirando lentamente sa "Io tiro
lentamente": così accade al monaco allorché inspira ed espira.
Così egli vigila presso il corpo interno sul corpo,
presso il corpo esterno sul corpo, di dentro e di fuori egli vigila presso
il corpo sul corpo. Egli osserva come il corpo si forma, come esso
trapassa; osserva come il corpo si forma e come trapassa. "Ecco com'è il
corpo": tale sapere diviene il suo sostegno perché esso serve alla
comprensione, alla riflessione; ed egli vive indipendente e non desidera
nulla dal mondo. E ancora: il monaco, quando cammina, sa che lo sta
facendo; lo stesso quando è fermo; così pure quando è seduto e quando
giace; egli sa in quale posizione si trova, qualsiasi essa sia. E ancora:
il monaco è chiaramente consapevole nel venire e nell'andare; nel guardare
e nel distogliere lo sguardo; nel chinarsi e nel sollevarsi; nel portare
l'abito e la scodella dell'elemosina; nel mangiare e nel bere; nel
masticare e gustare; nel liberarsi dalle feci e dall'urina; nel camminare
o nello stare seduto; nell'addormentarsi e nel risvegliarsi, nel parlare e
nel tacere.
E inoltre: il monaco esamina questo corpo dalla cima
della testa alle piante dei piedi, la pelle che lo ricopre e come esso è
ripieno di varie impurità: "Questo corpo ha capelli, peli, ha unghie e
denti, pelle e carne, tendini, ossa e midollo, reni, cuore e fegato,
diaframma, milza, polmoni, stomaco, intestini, mucose e feci, ha bile,
secrezioni, marciume, sangue, sudore, linfa, lacrime, siero, saliva, muco,
liquido articolare, urina". Così come se vi fosse un sacco legato ai due
capi, pieno di diversi cereali: riso, fave, sesamo; e un uomo competente
lo slegasse e ne esaminasse il contenuto: "Questo è riso, queste sono
fave, questo è sesamo": allo stesso modo appunto un monaco esamina questo
corpo in tutti i particolari. E ancora: il monaco esamina questo corpo,
sia che vada o che stia, specificando: "Questo corpo ha la specie 'terra',
ha la specie 'acqua', la specie 'fuoco' e la specie 'aria'. Così come se
un abile macellaio o un garzone macellaio, avendo macellata una vacca, la
porta al mercato, la seziona pezzo per pezzo, ne espone le varie parti, le
conosce, le osserva, le esamina bene e quindi si siede (2): proprio così
un monaco considera questo corpo.
E inoltre ancora, monaci: come se il monaco avendo
visto un corpo che giace al cimitero, un giorno, due o tre giorni dopo la
morte, gonfio, illividito, divenuto putrefatto, concludesse: "Anche il mio
corpo è fatto così, diventerà così, non può sfuggire a ciò". E ancora:
come se il monaco avendo visto al cimitero un corpo straziato da
cornacchie, corvi o avvoltoi, sbranato da cani e sciacalli, roso da molte
specie di vermi, concludesse: "Tutto ciò può accadere anche a me". E
inoltre: come se il monaco avendo visto al cimitero uno scheletro con
brani di carne, sporco di sangue, tenuto assieme dai tendini; o più tardi,
uno scheletro privo di carne, sporco di sangue, tenuto assieme dai
tendini; e più tardi ancora le ossa, senza i tendini, sparse qua e là; qua
un osso della mano, là un osso del piede, una tibia, un femore, il bacino,
delle vertebre, il cranio, concludesse: "Anche il mio corpo è fatto così,
diventerà così, non può sfuggire a ciò". E ancora: come se il monaco
avendo visto le ossa, sbiancate come conchiglie, le ossa sfatte,
ammucchiate dopo che è trascorso un anno; le ossa corrotte, divenute
polvere, concludesse: "Tutto ciò accadrà anche a me". Così egli vigila sul
corpo interno, vigila sul corpo esterno, vigila sul corpo interno ed
esterno.
Ma come vigila un monaco sulle sensazioni? Un monaco,
quando prova una sensazione piacevole, ne è consapevole; lo stesso quando
prova una sensazione dolorosa o una sensazione né piacevole né dolorosa.
Quando prova una sensazione piacevole mondana, se ne rende conto, e
altrettanto quando si tratta di una sensazione piacevole trascendente, di
una sensazione dolorosa mondana o trascendente, di una sensazione neutra
mondana o trascendente. Così egli vigila sulle sensazioni, osserva come la
sensazione si forma, come passa, e come si forma e passa. "Ecco cos'è la
sensazione": tale sapere diviene il suo sostegno perché gli serve per
conoscere, per riflettere; ed egli vive indipendente e senza brama del
mondo.
Ma come vigila un monaco presso l'animo e sull'animo?
Un monaco conosce l' animo bramoso e l'animo non bramoso, quello astioso e
quello non astioso, l' animo che erra e quello senza errore, quello
raccolto e quello che non lo è, l'animo distratto, l'animo tendente
all'alto sentire e quello tendente al basso sentire, l'animo nobile,
quello volgare, l'animo tranquillo, quello inquieto, l'animo redento e
l'animo vincolato; e di tutti si rende conto. Egli osserva come l'animo si
forma, come trapassa, come si forma e trapassa. "Ecco com'è l'animo": tale
sapere diviene il suo sostegno perché esso serve alla conoscenza, alla
riflessione; ed egli vive indipendente e senza brama del mondo.
Ma come vigila un monaco presso i fenomeni sui
fenomeni? Un monaco osserva sui fenomeni il manifestarsi dei cinque
ostacoli (nîvarana): osserva quando la brama (kâmacchanda) è in lui e
quando non lo è; osserva quando in lui vi è avversione (vyâpâda); quando
vi è accidia (thîna-middha); quando vi è superbia ( o agitazione-ansia =
uddhacca-kukkucca); quando vi è dubbio (vicikicchâ), e quando essi non vi
sono. E per ognuno dei cinque ostacoli osserva come comincia a
svilupparsi; osserva come quando divenuto evidente viene rinnegato, e
osserva quando gli ostacoli, rinnegati, non compaiono più nell'avvenire.
"Ecco i fenomeni": tale sapere diviene il suo sostegno perché esso serve
alla conoscenza, alla riflessione; ed egli vive indipendente e senza brama
del mondo.
Ma come vigila un monaco presso i fenomeni sul
manifestarsi dei cinque tronchi dell'attaccamento? Un monaco dice a se
stesso: "Così è la forma (rûpa), così è la sensazione (vedanâ), così è la
percezione (saññâ), così sono le distinzioni (sankhâra), così è la
coscienza (viññâna) ; così esse hanno origine, così esse si dissolvono.
E inoltre il monaco vigila presso i fenomeni sul
manifestarsi dei sei regni interni-esterni (sal-âyatana). Come? Un monaco
conosce l'occhio e conosce le forme; conosce l'orecchio e conosce i suoni;
conosce il naso e conosce gli odori; conosce la lingua e conosce i sapori;
conosce il corpo e conosce i contatti; conosce il pensiero e conosce le
idee. Conosce come essi si combinano e cosa ne risulta; conosce quando la
combinazione avviene, quando essa cessa, e quando la cessata combinazione
non si verifica più nell' avvenire.
E inoltre il monaco vigila presso i fenomeni sul
manifestarsi dei sette fattori di risveglio (sambojjhanga). Come? Un
monaco s'accorge quando sono in lui la consapevolezza (sati), il
raccoglimento (l'esame dei fenomeni = dhammavicaya), la forza (viriya), la
serenità gioiosa (pîti), la calma (passaddhi), la concentrazione (samâdhi),
l'equanimità (upekkhâ). Conosce quando i sette fattori di risveglio si
destano, quando divenuti desti si sciolgono.
E inoltre ancora un monaco vigila presso i fenomeni sul
manifestarsi delle quattro nobili verità. Come? Un monaco comprende
secondo verità "Questo è il dolore", "Questa è l'origine del dolore",
"Questo è l'annientamento del dolore", "Questa è la via che conduce
all'annientamento del dolore".
Chi, monaci, sa così sostenere questi quattro pilastri
del sapere può aspettarsi queste due possibilità: sicurezza durante la
vita o non ritorno dopo la morte. Lasciamo stare i sette anni: chi,
monaci, sa così sostenere questi quattro pilastri del sapere per sei anni,
cinque, quattro, tre, due, un solo anno; lasciamo stare l'anno: chi,
monaci, per sette mesi sa così sostenere questi quattro pilastri del
sapere può aspettarsi queste due possibilità: sicurezza durante la vita o
non ritorno dopo la morte. Ma lasciamo stare i sette mesi: chi, monaci,
per sei mesi, cinque, quattro, tre, due, un mese, per un mezzo mese sa
così sostenere questi quattro pilastri del sapere. lasciamo stare persino
il mezzo mese: chi, monaci, per sette giorni sa così sostenere questi
quattro pilastri del sapere può aspettarsi queste due possibilità:
sicurezza durante la vita o non ritorno dopo la morte.
"La diritta via che conduce alla purificazione degli
esseri, al superamento del dolore e della miseria, alla distruzione della
sofferenza e della pena, al conseguimento di ciò che è giusto, alla
realizzazione dell'estinzione, è data dai quattro pilastri del sapere": se
questo è stato detto lo è stato di proposito."
Così parlò il Sublime. Contenti si rallegrarono quei
monaci della parola del Sublime.
Note
(1) Forse sepolta sotto l'attuale Kamasin, nella piana
Kurukshetram della Jamna (o Yamunâ), ad occidente di Allâhâbâd.
(2) Dato che, in India, da più di 2000 anni l'uccisione
di una vacca è considerato un orribile delitto, risulta che la redazione
di questo testo dev'essere anteriore di alcuni secoli ad Ashoka e risalire
ai tempi in cui il macello di vacche per la pubblica vendita era accettato
come normale.
Pur considerando l'orrore che questa descrizione,
considerata come un resto barbarico dell'antichità, poteva suscitare, essa
fu conservata e tramandata intatta. Ciò prova la straordinaria venerazione
per le parole del Maestro e lo scrupolo con cui le Sue parole furono
tramandate.
Attenzione! Riporto qui sotto un brano iniziale
tradotto in inglese da Nyanasatta Thera con le sue note di commento, per
chiarire il senso di ciò che il De Lorenzo ha tradotto: ''... vigila
presso il corpo sul corpo...''; ''vigila presso le sensazioni sulle
sensazioni''; e via dicendo.
Quivi (in questo insegnamento) un monaco vive
contemplando il corpo nel corpo, [1] ardente, chiaramente comprendendo e
attento, avendo superato, in questo mondo, la cupidigia e l'afflizione;
vive contemplando i sensi nei sensi, ardente, chiaramente comprendendo e
attento, avendo superato, in questo mondo la cupidigia e l'afflizione;
vive contemplando la coscienza nella coscienza,[2] ardente, chiaramente
comprendendo e attento, avendo superato, in questo mondo la cupidigia e
l'afflizione; vive contemplando gli oggetti mentali negl'oggetti
mentali,[2] ardente, chiaramente comprendendo e attento, avendo superato,
in questo mondo la cupidigia e l'afflizione.
Note
1. La ripetizione delle frasi 'contemplando il corpo
nel corpo, sensi nei sensi, ecc., si vuole insistere presso il meditante
sull'importanza di stare coscienti se nell'attenzione sostenuta diretta ad
un singolo oggetto scelto, si ci è tenuti saldi o se non si è fuggiti nel
campo di un'altra contemplazione. Ad esempio, quando si contempla un
processo corporeo, un meditante può alla sua insaputa farsi trascinare in
una considerazione dei suoi sentimenti in relazione con questo processo
corporeo. Dovrebbe allora essere chiaramente cosciente dell'aver lasciato
il suo soggetto originale, ed è impegnato nella contemplazione del
sentimento.
Cûlasîhanâda Sutta
Il ruggito del leone
Questo ho sentito.
Una volta il Sublime soggiornava presso Sâvatthî, nella
selva del Vincitore, nel giardino di Anâthapindiko. Là così si rivolse ai
monaci: " 'Qui finalmente, monaci, mentre altrove si trovano solo parolai
dell'ascesi, qui si trovano sino a quattro veri asceti': questo, monaci, è
il vero ruggito che dovete fare risuonare. Ma penitenti d'altro indirizzo
potrebbero obbiettare: 'Con quale diritto e ragione, onorevoli, parlate
così?'. La vostra risposta dovrebbe essere questa: 'Fratelli, il Sublime,
il Conoscitore, il Veggente, il Santo, il perfetto Svegliato ci ha
spiegato quattro cose che ora noi comprendiamo intimamente, ecco perché
parliamo così. Quali quattro cose? Noi, fratelli, amiamo il maestro,
amiamo la dottrina, adempiamo la regola dell'Ordine, e i probi ci sono
cari e graditi, siano essi laici o religiosi. Ma potrebbe darsi che
penitenti d'altro indirizzo dicessero: 'Anche noi amiamo il nostro
maestro, anche noi amiamo la nostra dottrina, anche noi adempiamo la
nostra regola, anche a noi sono cari i probi, siano essi laici o
religiosi: che differenza c'è dunque tra voi e noi?' A tale discorso
sarebbe da replicare: 'Che ne pensate voi, fratelli: la perfezione è
individuale o generale?' E la giusta risposta dei penitenti sarebbe:
'Individuale è la perfezione, non generale'. 'E la perfezione l'ha il
bramoso o chi è senza brama?' E la giusta risposta degli altri penitenti
sarebbe: 'Chi è senza brama'. 'E la perfezione l'ha l' astioso?' E la
giusta risposta degli altri sarebbe: 'Chi è senza astio' 'E la perfezione
l'ha chi erra?' E la giusta risposta dei penitenti sarebbe: 'Chi è senza
errore'. E la perfezione l'ha chi trova la vita gradevole, o chi non la
trova gradevole?' Giusta risposta: 'Chi non la trova gradevole'.
E la perfezione l'ha chi è attaccato all'esistenza o
chi è da essa staccato?
' Giusta risposta: 'Chi è staccato da essa'. 'E la
perfezione l'ha il sapiente o l'ignorante?' Giusta risposta dei penitenti:
'Il sapiente, non l 'ignorante'. 'E l'avrebbe chi è ora lieto e ora triste
o chi non è né lieto né triste? Giusta risposta sarebbe: 'Chi non è lieto
né triste'. 'Ed è perfetto chi ama la diversità e da essa è soddisfatto o
il contrario?'.
Giusta risposta sarebbe: 'Colui al quale non piace
nessuna diversità, non soddisfa nessuna diversità'.
Vi sono due specie di idee: L'idea dell'essere e quella
del non essere.
Tutti gli asceti o i brâmani che sono attaccati
all'idea dell'essere, che indulgono ad essa, che dipendono da essa, sono
rattristati dall'idea del non essere. Tutti gli asceti o i brâmani che
sono attaccati all'idea del non essere, che indulgono ad essa, che
dipendono da essa, sono rattristati dall' idea dell'essere. Tutti gli
asceti o i brâmani che non hanno meditato conforme alla verità il
principio e la fine, l'assuefazione, il disgusto e il superamento di
queste due idee, e sono bramosi, astiosi, in errore, contenti della vita,
attaccati all'esistenza, ignoranti, ora lieti ora tristi, amanti e
soddisfatti della diversità: costoro non si redimono da nascita, vecchiaia
e morte, da cure, pene e tormento, da strazio e disperazione, non si
redimono dal dolore. Ma tutti gli asceti o i brâmani che hanno meditato
conforme a verità tutte quelle cose, e sono senza brama, senza astio,
senza errore, senza sete di vivere, staccati dall'esistenza, sapienti, né
lieti né tristi, che non amano né sono soddisfatti dalle diversità:
costoro si redimono da nascita, vecchiaia e morte, si redimono, io dico,
dal dolore.
Vi sono quattro specie di attaccamento, monaci:
attaccamento alla sessualità, alla multiscienza vedica, all'ascesi fine a
se stessa e al perdurare personale. Vi sono parecchi asceti o brâmani che
si dichiarano capaci di spiegare tutta la vita dalle fondamenta; ma tale
spiegazione essi non la danno: essi esaminano l'attaccamento alla
sessualità, ma non l' attaccamento alla multiscienza, non quello
all'ascesi fine a se stessa, non l'attaccamento al perdurare personale. E
perché no? Quei cari asceti o brâmani non hanno convenientemente meditato
su queste tre cose, e perciò, sebbene pensino di comprendere tutta la vita
dalle fondamenta, non possono compiere tale esame. Vi sono asceti o
brâmani che esaminano l'attaccamento alla sessualità, l'attaccamento alla
multiscienza, ma non l'attaccamento alle altre due cose. Non avendolo
fatto, sebbene pensino di comprendere tutta la vita dalle fondamenta, non
lo possono fare. Altri asceti o brâmani esaminano i primi tre
attaccamenti, ma non l'attaccamento al perdurare personale, e, sebbene
pensino di comprendere tutta la vita dalle fondamenta, non possono farlo.
In quel modo, monaci, non possono essere perfetti né
l'amore per il maestro, né quello per la dottrina, né l'adempimento della
regola, né la valutazione e il gradimento dei probi. Perché? Perché non
può essere diverso se un ordine è male annunziato, mal esposto,
repellente, turbativo, non annunziato da un perfetto Svegliato.
Ma il Compiuto, monaci, il Santo, il perfetto Svegliato
si dichiara capace di spiegare tutta la vita dalle fondamenta, e lo fa.
Egli esamina l' attaccamento alla sessualità, quello alla multiscienza,
quello all'ascesi fine a se stessa, e l'attaccamento al perdurare
personale.
In quel modo, monaci, sono perfetti l'amore al maestro,
quello alla dottrina, l'adempimento della regola, la valutazione e il
gradimento dei probi, perché è ciò che ci si può aspettare in un ordine
ben annunziato, ben esposto, attraente, che dà calma, annunziato da un
perfetto Svegliato.
Ma questo quadruplice attaccamento, monaci, dove ha
radice, da dove germina, da dove sorge, da dove cresce? Esso ha radice
nella sete (tanhâ), germina, sorge e cresce dalla sete. E la sete dove ha
radice, da dove germina, da dove sorge, da dove cresce? La sete ha radice
nella sensazione (vedanâ). E la sensazione? La sensazione ha radice nel
contatto (phassa). E il contatto? Il contatto ha radice nella sestupla
sede (sal-âyatana). E la sestupla sede? Essa ha radice in immagine e
concetto (nâma-rûpa). E immagi ne e concetto? Essi, che sono un tutt'uno,
hanno radice nella coscienza (viññâna). E la coscienza? La coscienza ha
radice nelle distinzioni (predisposizioni = samkhâra). E le distinzioni?
Le distinzioni hanno radice nell'ignoranza (avijjâ).
Ora, monaci, se un monaco ha rinnegato l'ignoranza e ha
acquistato la sapienza, egli non è più attaccato alla sessualità, non alla
multiscienza, non all'ascesi fine a se stessa, non al perdurare personale.
Senza attaccamento egli diviene incrollabile. Incrollabile egli raggiunge
la propria estinzione. Egli allora comprende: 'Esausta è la vita, compiuta
la santità, operata l'opera, non esiste più questo mondo'."
Così parlò il Sublime. Contenti si rallegrarono quei
monaci della parola del Sublime.
Mahâsihanada Sutta
(Lomahamsanapariyayo)
Il
rabbrividire
Questo ho sentito.
Una volta il Sublime soggiornava presso Vesali, fuori
della citta', al margine della foresta. Allora Sunakkhatto, un principe
Licchavio, da poco uscito dall'Ordine, diceva per tutta Vesali: "L'asceta
Gotamo non possiede il sopraterreno ricco santuario della chiarezza del
sapere: l'asceta Gotamo proclama una sottile, intricata dottrina, che egli
stesso ha ideato ed escogitato; e lo scopo per cui egli espone la sua
dottrina, e' semplicemente questo: che chi riflette raggiunge totale
annientamento del dolore."
Ora avvenne che l'onorevole Sariputto, munito di
mantello e scodella, avviatosi per l'elemosina verso Vesali, udi' cio' che
il principe Sunakkhatto diceva in giro per tutta Vesali. Quindi, allorche'
torno' indietro, dopo aver consumato il cibo elemosinato, si reco' presso
il Sublime e Gli riferi' cio' che il principe diceva.Cosi' disse il
Sublime:
"O Sariputto, Sunakkhatto e' vano e iracondo, perche'
solo per l'ira ha pronunciato quelle parole: egli vuole biasimare il
Compiuto, ma con cio' loda il Compiuto, perche' e' lode al Compiuto dire:
lo scopo per cui egli esprime la sua dottrina e' semplicemente questo: che
chi riflette raggiunge totale annientamento del dolore.
Certo, Sunakkhatto non pensa di me, conforme a verita',
: Questo e' il Sublime, il perfetto Svegliato, il Santo, l'Esperto di
sapienza e di vita, il Benvenuto, il Conoscitore del mondo,
l'incomparabile duce dell'umano gregge, il maestro degli dèi e degli
uomini, lo Svegliato, il Sublime. E inoltre: questo e' il Sublime, che in
vari modi si allegra di magica potenza: che da uno diviene molteplice, e
molteplice, uno; che appare e dispare; che attraverso rupi, valli e muri
si libra e passa come per l'aria; che sulla terra emerge e s'immerge come
nell'acqua; che sull'acqua cammina senza affondare come sulla terra; che
attraverso l'aria procede sedendo come l'uccello con i suoi piccoli; che
sente e tocca con mano questa luna e questo sole, cosi' possenti, cosi'
violenti; che ha il corpo in suo potere fino ai mondi di Brahma. E ancora:
questo e' il Sublime, che con l'orecchio celeste, purificato,
sopraterreno, sente due specie di suoni, i celesti e i terreni, i lontani
e i vicini. E ancora: questo e' il Sublime, che agli altri esseri, alle
altre persone, scruta a fondo e riconosce animo e cuore; riconosce il
cuore bramoso e quello senza brama, il cuore astioso e quello senz'astio,
il cuore errante e quello senza errore, il cuore raccolto e quello
distratto, il cuore tendente all'alto e quello di basso sentire, il cuore
nobile e quello volgare, il cuore calmo e quello inquieto, il cuore
redento e quello vincolato.
Vi sono dieci virtu', o Sariputto, che convengono e
spettano al Compiuto, per comprendere quel che e' sorprendente, per far
risonare tra le genti il ruggito del leone, per fondare il regno della
santita'; queste dieci virtu' sono: il Compiuto, o Sariputto, comprende il
vero e il falso, conforme a verita'. Comprende vere e reali conseguenze di
azioni passate, presenti e future, conforme a verita'. Conosce la Via che
mena dappertutto, conforme a verita'. Conosce, conforme a verita', come il
mondo sia composto da singoli elementi e da diversi elementi. Conosce,
conforme a verita', le diverse inclinazioni degli esseri. Conosce la
misura data dai sensi agli altri esseri, alle altre persone, conforme a
verita'. Conosce, conforme a verita', colpa, purezza ed esito del
contemplante redento e raccolto. Si ricorda di diverse forme di esistenza
anteriori come di una vita, due vite, cento vite, mille vite, centomila
vite; la' ero io, avevo quel nome, appartenevo a quella famiglia, quello
era il mio stato, il mio officio, provai tale bene e male, cosi' fu la
fine della mia vita; di la' trapassato entrai io altrove di nuovo in
esistenza. Cosi' egli si ricorda di molte diverse anteriori forme di
esistenza, ognuna con i propri contrassegni, ognuna con le sue speciali
relazioni. E inoltre, ancora o Sariputto, il
Compiuto con l'occhio celeste, rischiarato,
sopraterreno vede gli esseri sparire e riapparire, volgari e nobili, belli
e non belli, felici ed infelici, ed egli riconosce come gli esseri sempre
secondo le azioni riappaiono: questi, non retti in azioni, parole e
pensieri con la dissoluzione del corpo, dopo la morte, pervengono giu', su
cattivi sentieri, alla perdizione, nel precipizio; quelli, retti in
azioni, pensieri e parole, con la dissoluzione del corpo, dopo la morte,
pervengono su buoni sentieri, in mondo elevato. E inoltre il Compiuto,
estinta la manìa, ancora durante la vita ha reso a se' palese, realizzato
e conquistato la redenzione dell'animo.
Queste sono, o Sariputto, le dieci virtu' che spettano
al Compiuto.
Quattro specie di sicurezza vi sono che spettano al
Compiuto, che chichessia non potrebbe obiettarmi perche' false, e che
percio' mi lascerebbero tranquillo, imperturbato, sicuro, e sono:
Perfetto Svegliato, tu ti chiami, e' vero, ma queste
cose non le hai riconosciute; esausto di manìa tu ti chiami, e' vero, ma
tale manìa non e' estinta; cio' che tu indichi come dannoso, cio' a chi lo
fa non riesce dannoso; e se anche tu esponi la tua dottrina con una certa
intenzione, pure essa non giunge a dare a chi riflette totale
annientamento del dolore.
Chi, ora, o Sariputto, in tal modo parlasse: l'asceta
Gotamo non possiede il sopraterreno, ricco santuario della chiarezza del
sapere; l'asceta Gotamo proclama una sottile, intricata dottrina, che egli
stesso ha ideata ed escogitata, chi non si pentisse di parlare cosi' e non
rinunciasse a tale opinione, costui potrebbe, per suo stesso volere,
rovinare per mala via.
Otto adunanze, vi sono, o Sariputto: quella dei nobili,
dei sacerdoti, dei borghesi, degli asceti, degli dei delle quattro
regioni, dei trentatre' dei, degli dei naturali e degli dei celesti.
Ebbene il Compiuto, cinto di quella quadrupla sicurezza si reca alle otto
adunanze. Ed io ricordo di essere stato tra molte centinaia di nobili;
innanzi a me essi sedevano, ed io parlavo con essi e noi scambiavamo cosi'
domande e risposte. Che io potessi allora cadere in confusione o
imbarazzo, tale possibilita' o Sariputto, non esiste. Percio' rimango
tranquillo, imperturbato, sicuro. Alla stessa stregua io ricordo di essere
stato tra molte centinaia di sacerdoti, borghesi, asceti e molteplici dei.
Vi sono, o Sariputto, quattro specie di grembi, e sono:
il grembo dell'uovo, dove gli esseri vengono al mondo rompendo il guscio
dell'uovo: il grembo del corpo, dove gli esseri vengono al mondo
fuoriuscendo dall'involucro del corpo; il grembo del fermento dove gli
esseri si formano nel pesce o nella carne o nel cibo putrefatto, o vengono
al mondo in paludi o pantani; e il regno dell'apparizione, dove si
manifestano dei, demoni, alcuni uomini e vari spiriti.
Cinque tracce vi sono, o Sariputto, ed io conosco che
esse sono la falsa via, ovvero il sentiero che mena giu' ed il suo agire,
seguendo i quali si giunge, dopo la morte a perdizione e danno, in luogo
di spasimo e strazio; la generazione animale, l'agire e il sentiero che
mena alla generazione animale; il regno degli spiriti, ed il sentiero e
l'agire che ivi conduce; gli uomini, l'agire ed il sentiero che mena al
mondo degli uomini; gli dei ed il sentiero che mena al loro mondo di gioia
celeste.
E l'estinzione, io conosco, ed il sentiero e l'agire
che mena all'estinzione, seguendo i quali, dopo l'estinguersi della manìa,
ancora durante la vita, si rende palese, si realizza, si conquista e si
possiede la redenzione dell'animo senza manìa, redenzione di saggezza:
anche questa via io conosco. Queste sono le cinque tracce.
E inoltre, o Sariputto, io ricordo i tempi delle
quattro ascesi da me esercitate: ascesi fervente, orrenda, afflitta,
solinga.
Cosi' ho praticato il fervore: io ero un ignudo, uno
svincolato, un flagellante, uno che non arriva, che non aspetta; non
accettavo offerta, non favore, non invito; nel ricevere l'elemosina, non
spiavo verso la pentola, non verso il piatto, non sopra la soglia, non
sopra la grata, non dentro il caldaio; non prendevo da chi mangia a due,
non da una incinta, non da una lattante, non da una che viene dall'uomo,
non da insudiciati, non dove sta presso un cane, non dove ronzano mosche;
non mangiavo pesce, non carne; non bevevo vino, non liquore, non succo
d'avena fermentata. Io andavo ad una casa e mi contentavo con una manciata
di elemosina; andavo a due case e mi contentavo di due manciate; andavo a
sette case e mi contentavo di sette manciate d'elemosina. Io sostentavo la
mia vita con l'elemosina di una sola largitrice, di solo due largitrici,
di solo sette largitrici. Io mi cibavo solo una volta al giorno, solo ogni
due giorni, solo ogni sette giorni. Cambiando in questo modo, io osservavo
rigorosamente questo esercizio di digiuno fino a mezzo mese.
Ed io vivevo di erbe e di funghi, di riso e grani
selvaggi, di semi e noccioli, di latte di piante e resina d'alberi, di
gramigne, di sterco di bue; mi sostentavo di radici e frutti del bosco;
vivevo di frutti caduti.
Ed io portavo la tunica di canapa, di crini, una veste
rattoppata di pezze raccolte al cimitero o sulla strada; mi avvolgevo in
stracci, in pezzi di pelle, di cuoio; mi cingevo con trecce di gramigna,
di scorza, con trecce di foglie; nascondevo le nudita' sotto grembiali di
crini, di setole, sotto un'ala di civetta.
Ed io mi strappai i peli del capo e della barba,
seguendo la regola di coloro che cosi' fanno; fui un sempre alzato,
rigettai sedile e giaciglio; fui un sedente sui calcagni; fui uno di
quelli che si coricano sulle spine; scesi per tre volte ogni sera nel
bagno di penitenza. E questo e' stato il mio fervore.
E cosi' o Sariputto, ho poi curato l'orridezza: io
lasciavo accumulare sul corpo la sporcizia e la polvere di molti anni,
fino a cadersene, come sul tronco dell'ebano si addensa la polvere di anno
in anno fino a cadersene. E non mi veniva nessun pensiero di questo
genere: ' ah, potessi finalmente tergermi da questa polvere e sporcizia, o
potessero farlo altri!'. E questa e' stata la mia orridezza.
E cosi' o Sariputto, ho poi coltivato afflizione: ogni
mio passo era guidato da chiara coscienza, e perfino una goccia d'acqua
muoveva in me la compassione: ' ah, che io non apporti danno ai piccoli
esseri perduti!'.
E cosi', Sariputto, ho appreso la solitudine: io mi
addentravo in qualche bosco e vi dimoravo; ma se scorgevo un mandriano o
un pastore, un cercatore d'erbe o legnaiolo o raccoglitore di fascine,
allora fuggivo di foresta in foresta, di selva in selva, di valle in
valle, di monte in monte, perche' quelli non dovevano vedermi ed io non
volevo vedere loro: alla stessa stregua di una fiera del bosco che abbia
visto uomini. E questa e' stata la mia solitudine.
Ed io poi, Sariputto, quando i mandriani erano via,
scendevo alle mandre, alle vacche attaccate e raccoglievo, camminando
carponi, lo sterco dei giovani vitelli lattanti, e mi nutrivo di cio'. E
cio' che ne rimaneva indigerito, come mio proprio escremento o urina,
anche quello io prendevo. E questo, Sariputto, e' stato il mio grande
calice di feccia.
Ed io mi sono poi recato in un'altra orrenda selva a
dimorarvi. In quella spaventosa solitudine, regnava tale orrore, che ad
ogni non santificato viandante subito si rizzavano i capelli. E durante le
fredde, glaciali notti d'inverno, al tempo del gelo, io mi trattenevo di
notte in una radura, e di giorno nel folto del bosco. E mi si presento'
allora questa spontanea strofa, mai prima sentita:
Al sole avvampa e intirizzisce al gelo un eremita in
tant'orrenda selva spirando ed inspirando via via, ignudo, solo, senza
focolare.
Ed io passai poi oltre, ad un cimitero, e mi distesi
sopra un mucchio d'ossa imputridite. Ed allora vennero figli di pecorai
che mi sputarono, mi bagnarono e mi lordarono di sporcizia e mi
introdussero erbe aguzze nelle orecchie. Eppure io non ricordo che in me
fosse sorto un cattivo pensiero contro di essi. E questa, Sariputto, e'
stata la mia equanimita'.
Parecchi asceti e brahmani dicono e insegnano: il
nutrimento purifica, ed ammoniscono: viviamo di giuggiole. E consumano
giuggiole, mangiano conserva di giuggiole, bevono succo di giuggiole,
gustano ogni sorta di pietanza di giuggiole. Io ricordo di aver mangiato
solo una giuggiola come nutrimento quotidiano. Tu forse pensi, o Sariputto,
che a quel tempo le giuggiole fossero piu' grosse di quelle odierne, ma
cosi' non e'. E mentre io prendevo solo una giuggiola come nutrimento
quotidiano, il mio corpo divenne straordinariamente magro.
Parecchi asceti e brahmani dicono e insegnano: il
nutrimento purifica, ed ammoniscono: viviamo di fave; viviamo di sesamo;
viviamo di riso. Ed essi consumano riso, mangiano zuppa di riso, bevono
acqua di riso, gustano ogni sorta di pietanza di riso. Io ricordo di aver
mangiato solo un grano di riso come nutrimento quotidiano, e cosi' il mio
corpo divenne straordinariamente magro.
Le mie braccia e le gambe divennero come canne secche,
appassite, per questo nutrimento estremamente scarso; il mio sedere
divenne come un piede di cammello, la mia spina dorsale con le vertebre
sporgenti divenne come un rosario; come le travi del tetto d'una vecchia
casa sporgono, cosi' sporgevano le mie costole; come in una profonda
fontana i sottostanti specchi d'acqua rilucono evanescentemente piccoli,
cosi' rilucevano nelle mie orbite le infossate pupille; come una zucca
selvaggia, tagliata fresca, al caldo diviene vuota e grinzosa, cosi'
divenne la mia pelle del capo vuota e grinzosa. E quand'io volevo toccare
il ventre, giungevo alla spina dorsale, e quando volevo toccare la spina
dorsale, giungevo di nuovo al ventre. E se io volevo svuotare feci e urina
cadevo innanzi; per rinforzare allora questo corpo, io strofinavo con la
mano le membra: e mentre cosi' facevo se ne cadevano i peli, putridi alle
radici.
E anche questa via, questa disciplina, questa dura
ascesi, non mi porto' piu' vicino al sopraterreno, ricco santuario della
chiarezza del sapere; questo perche' io non avevo ancora conquistato
quella saggezza la cui conquista da' a chi riflette totale annientamento
del dolore.
Parecchi asceti e brahmani dicono e insegnano: il giro
purifica; eppure non e' affatto gradevole il girare: ed io in questo lungo
cammino in nessun altro luogo l'ho trovato tale se non presso i puri dei.
Ma se anche io dovessi rigirare tra i puri dei, non vorrei tornare a
questo mondo.
Parecchi asceti e brahmani dicon e insegnano: la
nascita purifica; eppure non e' affatto gradevole la nascita: ed io in
questo lungo cammino in nessun altro luogo l'ho trovata tale se non presso
i puri dei. Ma se anche io dovessi rinascere tra i puri dei, non vorrei
tornare a questo mondo.
Parecchi asceti e brahmani dicono e insegnano: la vita
purifica; oppure:la beneficenza purifica; oppure: il sacrificio del fuoco
purifica. Eppure non e' affatto gradevole la vita; ed io in questo lungo
cammino in nessun luogo l'ho trovata tale se non presso i puri dei. Ma se
anche dovessi rivivere tra i puri dei, non vorrei tornare a questo mondo.
E non e' affatto facile la beneficenza: ed io in questo lungo cammino non
ho potuto farla se non come re guerriero o potente brahmano. E non e'
affatto facile il sacrificio del fuoco; ed io in questo lungo cammino non
ho potuto offrirlo se non come re guerriero o potente brahmano.
Parecchi asceti e brahmani dicono e insegnano: Fintanto
che questo caro uomo e' giovane e forte, splendente di capelli neri, nel
godimento ella felice giovinezza, nella prima eta' virile, egli possiede
anche le piu' alte forze dello spirito. Ma quando quest' uomo e' divenuto
vecchio e grigio, grave d'anni, vicino alla fine, vissuto, un ottantenne o
novantenne, o centenario, allora si dileguano da lui quelle forze dello
spirito. Eppure cio' o Sariputto, non e' in tutti i casi esatto. Io sono
gia' ora divenuto vecchio e grigio, e grave d'anni, vicino alla fine,
vissuto, sono nell'ottantesimo anno. Cosi' come un nervoso arciere
ammaestrato e provetto, potrebbe con facilita' lanciare una freccia
leggera al di sopra di una palma, cosi' potrebbero fare quattro eventuali
miei discepoli che fossero sempre sensibili, virtuosi, forti, e dotati
delle piu' alte forze dello spirito. Ed essi mi ponessero domande su
domande, come sui quattro pilastri del sapere, ed io rispondessi loro
fornendo spiegazioni. Inespletata rimarrebbe la testimonianza e
l'indicazione del Compiuto sulla verita', perche' anche quei quattro
eventuali discepoli diverrebbero a loro volta vecchi di cent'anni, morendo
poi in seguito. E quando voi mi porterete sul letto, o Sariputto, la forza
di spirito del Compiuto sara' immutata.
Chiunque di me a buon diritto puo' dire: un essere
senza vanita' e' apparso nel mondo, pel bene di molti, per la salute di
molti, per compassione del mondo, per utile, bene e salute degli dei e
degli uomini.
Ora durante questo tempo l'onorevole Nagasamalo era
stato dietro il Sublime sventolandogli aria fresca e si rivolse al Sublime
cosi': e' mirabile, o Signore, straordinario, che io, mentre ascoltavo
questa esposizione, mi sono sentito rabbrividire; come deve chiamarsi,
Signore, questo discorso? Orsu', dunque, Nagasamalo, serbalo allora sotto
il nome di discorso del rabbrividire.
Cosi' parlo' il Sublime. Contento si rallegro'
l'onorevole Nagasamalo della parola del Sublime.
Mahâdukkhakkhandha Sutta
Il tronco del dolore
Questo ho sentito.
Una volta il Sublime soggiornava presso Sâvatthî, nella
Selva del Vincitore, nel giardino di Anâtapindiko. Ora, un giorno molti
monaci, preparatisi per tempo, provvisti di mantello e scodella, si
avviarono verso la città, per l'elemosina. Ma essi pensarono: 'È ancora
troppo presto per andare in città a elemosinare; non sarebbe meglio se ora
visitassimo il giardino dei pellegrini d'altro orientamento?' E così fu
fatto ed essi scambiarono con gli altri cortesi saluti e amichevoli,
notevoli parole e si sedettero da una parte. E i pellegrini d'altro
orientamento, rivolgendosi ai monaci, dissero: "L'asceta Gotamo, fratelli,
esamina la brama dalle fondamenta, lo facciamo anche noi; egli esamina
dalle fondamenta anche il corpo e il sentimento: quale limitazione, quale
distinzione e differenza esiste dunque tra l'asceta Gotamo e noi, sia
riguardo all'esposizione come ai precetti?"
Ma i monaci, a queste parole dei pellegrini, senza
rallegrarsi e senza provare fastidio, si alzarono e se ne andarono,
dicendo: "Dal Sublime intenderemo il senso di queste parole".
Ed essi andarono a Sâvatthî, passarono di casa in casa
per elemosinare il cibo, tornarono indietro, si cibarono e si recarono dal
Sublime. Là giunti, essi lo salutarono rispettosamente e si sedettero
accanto a lui raccontando ciò che era loro accaduto e riferendo ciò che
era stato loro chiesto dai pellegrini d'altro orientamento.
E il Buddha replicò: "A queste parole dei pellegrini
bisognava rispondere:
'Cos'è dunque la soddisfazione, la miseria e il
superamento della brama? Cos'è la soddisfazione, la miseria e il
superamento del corpo e del sentimento?' Se li aveste interrogati così,
quei pellegrini non avrebbero trovato una risposta soddisfacente,
sarebbero anzi stati imbarazzati. Perché? Perché ciò è qualcosa che non
sanno interpretare. Non vedo nessuno, monaci, nel mondo con i suoi dèi, i
suoi cattivi e buoni spiriti, con le sue schiere di asceti e brâmani, dèi
e uomini, che possa, spiegando queste domande, guadagnare il cuore della
questione, eccetto il Compiuto, o un suo discepolo, e quelli che qui lo
ascoltano.
Cos'è ora, monaci, la soddisfazione della brama? Vi
sono cinque facoltà di bramare: quali? Le forme che tramite la vista
penetrano nella coscienza, forme desiderate, amate, appaganti, gradite,
corrispondenti ai desideri, eccitanti; i suoni, gli odori, i sapori, i
contatti anch'essi e tramite essi penetranti nella coscienza, desiderati,
amati, appaganti, graditi, corrispondenti ai desideri, eccitanti. Ecco,
monaci, le cinque facoltà di bramare. Ciò che vi è di desiderabile e
gradito, adatto a queste cinque facoltà di bramare, è la soddisfazione
della brama.
E cos'è la miseria della brama? Un figlio di buona
famiglia si mantiene con un'attività come scrivano, contabile o
amministratore; come agricoltore o mercante o allevatore di bestiame; come
soldato o ministro del re, o in qualsiasi altro modo. È esposto al caldo,
al freddo; deve sopportare sole e vento, dibattersi tra zanzare, vespe e
rettili; patisce fame e sete. Ma ciò è miseria della brama, è il palese
tronco del dolore, originato da brama, intessuto di brama, mantenuto da
brama e determinato da brama.
Se questo figlio di famiglia che così si affatica, si
danna e si martirizza, non acquista ricchezza, allora egli diventa
accorato e triste, si lagna, piangendo si percuote il petto, cade nella
disperazione: 'Vano, ahimè, è il mio sforzo, la mia fatica non ha scopo!'
Ma ciò, monaci, è miseria della brama, è il palese tronco del dolore,
originato, intessuto, mantenuto da brama e determinato da brama.
Se invece questo figlio di famiglia si arricchisce,
allora lo rode ansiosa cura per la conservazione della ricchezza: 'Purché
i miei beni non mi vengano confiscati dal re, o rubati dai briganti, o
divorati dalla fiamme, o spazzati via dall'acqua, o strappati da parenti
ostili!' E mentre guarda e custodisce i suoi beni essi gli vengono
sottratti proprio da ciò che temeva.
Allora egli diventa accorato e triste, si lamenta, si
batte il petto piangendo, si dispera: 'Quello che possedevo non l'ho più!'
Ma ciò, monaci, è miseria della brama, è il palese tronco del dolore,
originato, intessuto, mantenuto da brama e determinato da brama.
E inoltre, monaci, mossi da brama, incitati, spinti da
brama, appunto soloper brama re contendono con re, principi con i
principi, sacerdoti con sacerdoti, cittadini con cittadini; la madre
litiga col figlio, il figlio con la madre, il padre col figlio, il figlio
col padre; litiga il fratello col fratello, il fratello con la sorella, la
sorella col fratello, l'amico con l'amico. Caduti così in discordia, lite
e contesa, essi si scagliano l' uno sull'altro coi pugni, con pietre,
bastoni e spade. E così si affrettano incontro alla morte o a dolore
mortale. Ma ciò, monaci, è miseria della brama, è il palese tronco del
dolore, originato, intessuto, mantenuto da brama e determinato da brama.
E inoltre ancora, monaci, mossi da brama, incitati,
spinti da brama, solo per brama essi si precipitano, impugnando scudo e
spada, cinti di faretra ed arco, dai due lati dello schieramento di
battaglia, e le frecce fischiano, le lance ondeggiano e le spade
lampeggiano. Ed essi si trafiggono con frecce, con lance; si spaccano le
teste con le spade, si rovesciano addosso sabbia rovente, scaraventano
blocchi che schiacciano. E così si affrettano incontro alla morte o a
mortale dolore. Ma ciò, monaci, è miseria della brama, è il palese tronco
del dolore, originato, intessuto, mantenuto da brama e determinato da
brama.
E ancora, monaci, mossi da brama, incitati, spinti da
brama, solo per brama essi irrompono nelle case, rapiscono i cari degli
altri, rubano, ingannano, seducono spose. E i re fanno arrestare costoro e
li condannano a pene e tormenti come: percosse con fruste, con bastoni,
con verghe; amputazioni della mano, del piede o di entrambi; amputazione
delle orecchie, del naso o di entrambi; tormenti come il caldaio di pasta,
il raschiamento con le conchiglie, la bocca di drago, la corona di pece,
la mano a fiaccola; correre sugli aculei, giacere su scorze, la veste di
setole; la carne da amo, il pezzo di moneta, la corrosione con liscivia;
il rullo, il graticcio di paglia; l'irrigazione con olio bollente, lo
sbranamento coi cani, l' impalamento, la decapitazione. E così si
affrettano incontro alla morte o a mortale dolore. Ma ciò, monaci, è
miseria della brama, è il palese tronco del dolore, originato, intessuto,
mantenuto da brama e determinato da brama.
E, sempre a causa della brama essi procedono sulla
cattiva strada con azioni, parole, e pensieri; in tal modo essi pervengono
con la dissoluzione del corpo, dopo la morte, giù, su cattivi sentieri a
perdersi e dannarsi.
E cos'è il superamento della brama? Rinnegare la
volontà e il desiderio di brama, annientare la volontà e il desiderio di
brama, ciò è il superamento della brama.
Ma che asceti o brâmani che non conoscono, conforme a
verità, il soddisfare, la miseria e il superamento della brama, non è
possibile che comprendano la brama o guidino un altro a farlo. Mentre voi,
monaci, che conoscete, conforme a verità, la brama, potete farlo.
Cos'è, ora, monaci, la soddisfazione del corpo? Per
esempio una figlia di principi, o una vergine brâmana, o una fanciulla
borghese, nel fiore dei quindici o sedici anni, non troppo alta né troppo
piccola, non troppo sottile né troppo piena, non troppo scura né troppo
chiara: non appare di una splendente bellezza nel momento della sua
massima magnificenza?
"Certamente, Signore!"
Ciò che scaturisce di desiderabile e gradito da questa
splendente bellezza, è soddisfazione del corpo.
Ma cos'è la miseria del corpo? Si veda pure questa
stessa sorella in altro tempo, nell'ottantesimo, novantesimo o centesimo
anno d'età, curva, affranta, consunta, trascinarsi tremolante, appoggiata
alle grucce, macilenta, appassita, sdentata, le ciocche imbiancate o il
capo calvo, vacillante, aggrinzito, la pelle piena di macchie: cosa ne
pensate, monaci?
È sparita quella che era un dì una splendida bellezza,
ed è divenuta evidente miseria?
"Certo, Signore!"
Ciò è miseria del corpo. E ancora: osservate questa
sorella inferma, sofferente, gravemente ammalata, giacere sporca di feci e
di urina, da altri sollevata, da altri accudita: cosa ne pensate, monaci?
È sparita quella che era un dì una splendida bellezza, ed è divenuta
evidente miseria?
" È così, Signore!"
Anche ciò è miseria del corpo. Immaginate ancora questa
sorella, il corpo al cimitero, uno, due, tre giorni dopo la morte, gonfio,
annerito, imputridito: cosa ne pensate? È sparita quella che era un dì una
splendida bellezza, ed è divenuta evidente miseria?
"Così è, Signore!"
E inoltre ancora: immaginate, monaci, il suo corpo a
cimitero, straziato da cornacchie, corvi e avvoltoi, sbranato da cani e
sciacalli, roso da molte specie di vermi.
O ancora: lo scheletro con brani di carne attaccata,
insozzato di sangue, tenuto insieme dai tendini; oppure lo scheletro senza
carne, tenuto insieme dai tendini; oppure le ossa, senza i tendini, sparse
qua e là; qua un osso della mano, là un osso del piede, qua una tibia, là
un femore, qua un bacino, là vertebre, qua il cranio. E ancora le sue ossa
imbiancate, del colore delle conchiglie; trascorso un anno, le ossa
ammucchiate; le ossa, imputridite, cadute in polvere: cosa ne pensate,
monaci? È sparita quella che era un dì una splendida bellezza, ed è
divenuta evidente miseria?
"Sì, Signore!"
Ciò è miseria del corpo, ma cos'è il superamento del
corpo? Ciò che nel corpo, monaci, è rinnegamento di volontà e desiderio,
annientamento di volontà e desiderio, ciò è superamento del corpo.
Ma asceti o brâmani che non conoscono così, conforme
alla verità, soddisfazione, miseria e superamento del corpo, non è
possibile che capiscano il corpo o possano guidare un altro ad arrivare a
capirlo. Ma voi, monaci, che avete compreso, conforme alla verità, potete
farlo.
Cos'è ora la soddisfazione del sentimento? Un monaco,
lungi da brame, lungi da cose non salutari, in sentita, pensata, nata da
pace beata serenità, raggiunge la prima contemplazione. Egli, a questo
punto, non dipende da sé né da altri, e prova solo un sentimento di
indipendenza. L'indipendenza, io dico, monaci, è la più alta soddisfazione
del sentimento.
Successivamente, monaci, dopo il compimento del sentire
e pensare, un monaco raggiunge la calma interiore, l'unità dell'animo, la
libera beata serenità nata dal raccoglimento, libera dal sentire e
pensare; raggiunge la seconda contemplazione. Egli, a questo punto, non
dipende da sé né da altri, e prova solo un sentimento di indipendenza.
L'indipendenza, io dico, monaci, è la più alta soddisfazione del
sentimento.
E inoltre ancora, monaci: in serena pace se ne sta un
monaco, equanime, savio, chiaro cosciente, e prova nel corpo la felicità
di cui i santi dicono: 'L'equanime savio vive felice'; così egli raggiunge
la terza contemplazione. Quando ciò accade, egli non dipende da sé né da
altri, e prova solo un sentimento di indipendenza. L'indipendenza, io
dico, monaci, è la più alta soddisfazione del sentimento.
E ancora, monaci: dopo il rigetto delle gioie e dei
dolori, dopo l' annientamento della letizia e della tristezza, un monaco
raggiunge l' equanime, savia, perfetta purezza, la quarta contemplazione.
Quando ciò accade, egli non dipende da sé né da altri, e prova solo un
sentimento di indipendenza. L'indipendenza, io dico, monaci, è la più alta
soddisfazione del sentimento.
Cos'è ora miseria del sentimento? Ciò che vi è di un
sentimento caduco, doloroso, mutevole, quello è la miseria del sentimento.
E il superamento del sentimento? Ciò che nel sentimento
è rinnegamentodella volontà e del desiderio, annientamento della volontà e
del desiderio, quello è il superamento del sentimento.Ma non è possibile
che asceti o brâmani che non conoscono, conforme averità, soddisfazione,
miseria e superamento del sentimento, comprendano il sentimento stesso o
guidino un altro a farlo.Invece è possibile che asceti o brâmani i quali
conoscano così, conforme alla verità, tutto ciò, comprendano il sentimento
stesso o guidino un altroa farlo.
Così parlò il Sublime. Contenti si rallegrarono quei
monaci per la Sua parola.
Cûladukkhakkhandha Sutta
Il tronco del dolore
Questo ho sentito.
Una volta il Sublime soggiornava nella terra dei Sakki
(Sakyâ), presso Kapilavatthu, nel parco dei fichi. Allora un principe dei
Sakki, Mahânâmo, si recò là dove il Sublime dimorava, lo salutò
rispettosamente si sedette da una parte e parlò così: "Già da lungo tempo
mi pare che la dottrina del Signore sia questa: 'Brama, avversione ed
errore sono turbamento del cuore'. Così io la conosco, ma, ciò malgrado,
il mio cuore si lascia a volte influenzare da motivi di brama, di
avversione e di errore. Mi chiedo, Signore, cosa in me ancora mi domina
per essere così influenzato?"
"Mahânâmo, se così non fosse, tu non vorresti rimanere
nella famiglia, né soddisfare alcuna brama. 'Inappaganti sono le brame,
piene di spasimo, piene di strazio: la miseria prepondera': se il santo
uditore Mahânâmo ha riconosciuto vera questa massima, con perfetta
sapienza, ma non trova fuori dalle brame, fuori da ciò che è dannoso,
nessuna felicità e niente di meglio, allora egli si aggira appunto sempre
intorno alle brame. Ma appena il santo uditore ha riconosciuto vera, con
perfetta sapienza, quella massima, e trova fuori dalle brame, fuori da ciò
che è dannoso, felicità e meglio ancora, allora egli non s'aggira più
intorno alle brame.
Anche io, Mahânâmo, prima del pieno risveglio, quale
Bodhisatta solo al risveglio anelante, avevo riconosciuto conforme a
verità, con perfetta sapienza quella massima, eppure, fuori dalle brame e
dal dannoso, io non trovavo alcuna felicità e niente di meglio; fu così
che mi accorsi di ciò che mi accadeva. Ma appena me ne accorsi ed ebbi
riconosciuto la verità di quella massima, con perfetta sapienza, e trovai
felicità fuori da ciò che è dannoso, mi accorsi che le brame non erano più
un'attrattiva.
Ma cos'è l'appagamento de |